"Incipit"/Abstract: "Dino Campana, per molti il poeta più grande che l’Italia abbia avuto nel secolo scorso... Il film inizia con la crisi del suo amore tempestoso per la scrittrice Sibilla Aleramo. Siamo nel 1916. Due anni più tardi, povero, amareggiato, rifiutato dalla famiglia e dalla società letteraria del tempo, accetta il ricovero nel manicomio [...] L’età in cui Dino Campana, ridotto allo stremo delle sue capacità di resistenza nel mondo che lo circonda, un po’ getta la spugna, un po’ viene espulso [...] Sfoglio. Leggo suoni. Ascolto colori. “Andavamo andavamo, le vele molli di caldi soffi...” [...] Io leggo e viaggio con Dino. Mi ha portato con sé sulla Verna, dove voleva salire “come il falco” [...] «Io non invecchio mai perché la suggestione può anche ringiovanire cento duecento tremila anni di vita, qualunque età. Con la suggestione posso ringiovanire molti anni, posso vivere a volontà...» [...]". ![]() INGANNI 1985 Soggetto e sceneggiatura: Luigi Faccini, Sergio Vecchio. Fotografia: Marcello Gatti. Fotografi di scena: Salvatore Alessi, Enzo Appetito. Scenografia: Michele De Luca. Costumi: Tonia Ermini. Montaggio: Gino Bartolini. Musica: Luis Bacalov. Missaggio: Romano Checcacci. Regia: Luigi Faccini. Con: Bruno Zanin, Olga Karlatos, Mattia Sbragia, Daniela Morelli, Barbara Valmorin, Remo Remotti, Piergiovanni Anchisi, Ugo Fangareggi, Otto Richter, Bernd Witthüser, Kenneth Belton, Pasquale Zito. Con i degenti dell’ospedale psichiatrico di S. Maria della Pietà di Roma. Dino Campana, per molti il poeta più grande che l’Italia abbia avuto nel secolo scorso... Il film inizia con la crisi del suo amore tempestoso per la scrittrice Sibilla Aleramo. Siamo nel 1916. Due anni più tardi, povero, amareggiato, rifiutato dalla famiglia e dalla società letteraria del tempo, accetta il ricovero nel manicomio toscano di Castel Pulci. Durante la degenza - siamo già nel 1928 -, un giovane psichiatra, Carlo Pariani, attratto dalla poesia dei Canti orfici nel frattempo ripubblicati, cerca di decifrare il mistero della sua creatività. Vorrebbe indurlo a rientrare nella vita e nella società letteraria che, tardivamente, lo ha riconosciuto “grande”. Il rapporto tra lo psichiatra e Campana è ambiguo, rischioso per entrambi. Lo psichiatra “studia” e inquisisce il poeta. Dino Campana si trincera, finge, nega, mendica comprensione. Dai deliri nei quali si rifugia per difendersi dalle intrusioni dello psichiatra emerge Sibilla, severa, invitante. Ma anche la madre, con la quale ha sempre avuto un rapporto improntato all’aggressività. Lo psichiatra non convincerà Campana ad uscire dal manicomio, ma risveglierà in lui frammenti di coscienza e di lucidità, intuendo, ma senza afferrare il segreto della “grande musica” inseguita dal poeta...
È il 1972 quando apprendo dell’esistenza di Dino Campana. Della sua poesia, naturalmente. Sono ad Arezzo, immerso nell’esperienza basagliana che in quegli anni, preparandosi alla chiusura dei manicomi, tentava di aprirli alla società esterna: da luoghi di reclusione a luoghi di visita e frequenza, da luoghi morti a luoghi vivi. Ero lì, un po’ casualmente, come regista che avrebbe dovuto prelevare frammenti di quel tentativo per un ciclo di trasmissioni televisive dedicate alla “riforma sanitaria”. Mi ci appassionai, a tal punto che ad Arezzo dedicai un’intera puntata del programma. E ci tornai, per due anni di seguito, in una funzione del tutto inventata, quale animatore di quel vuoto, di quella stasi, di quel silenzio rotto da grida improvvise che era il manicomio, che è ancora dove non sono totalmente chiusi. Agostino Pirella, braccio destro di Basaglia e direttore di quell’Ospedale, mi consentì di vivere in mezzo ai degenti; guai chiamarli matti: matta era la società che li discriminava, in quanto strani, diversi, disturbati, poco produttivi. E molto era vero: quanti contadini erano stati confinati in manicomio da famiglie spazientite, che altro avevano da pensare? L’Ospedale Psichiatrico di Arezzo riuscì, infatti, a dimettere, e ricollocare in case-famiglia, nel corpo della città o nei suoi dintorni, decine e decine di persone. Li filmavo con una telecamerina Akai 1/4 di pollice, consentendo a gente reclusa da trent’anni di afferrare un microfono e dire (il più delle volte tacendo, tragicamente) qualche parola sensata o suono mozzo. Trascrivevo le registrazioni e partecipavo al rito di “apertura” del manicomio, quando vi affluivano parenti e amici che si incontravano con infermieri, medici e degenti, ripristinando percorsi di vita, cominciando, quindi, a distruggerlo, come luogo di segregazione definitiva. Drammatiche erano, spesso, le riflessioni post-assembleari, quando le contraddizioni emerse venivano analizzate in ogni loro implicazione e dinamica. Fu per me un’esperienza squassante, formativa come nessun’altra. Avevo poco più di trent’anni. L’età in cui Dino Campana, ridotto allo stremo delle sue capacità di resistenza nel mondo che lo circonda, un po’ getta la spugna, un po’ viene espulso da madre, padre e comunità di Marradi. Ma tutto questo non lo sapevo ancora. Perché Dino Campana, fino a quei giorni, per me non era che un nome nell’antologia poetica del Novecento... Una mattina, prima di immergermi nell’impegno quotidiano di “ascoltatore”, pesco in una libreria di Arezzo una copia dei Canti orfici, in edizione Oscar. Sfoglio. Leggo suoni. Ascolto colori. “Andavamo andavamo, le vele molli di caldi soffi...”, leggo. Io sono ligure, di Lerici, discendente di marinai, spesso morti per acqua furibonda. Ho una madre genovese, nata da migranti lericini. È un mancamento istantaneo che mi prende. E poi: «Usted quiere mate?». Qualcuno, nella pampa, si rivolge a Dino Campana e gli offre la bevanda nazionale argentina. Sono con lui, immediatamente, di notte, sotto un cielo chissà se stellato o nero come pece. «E per i vicoli che in alto sale... che bianca e tremula salì...». Ed eccomi a Genova. A casa di mia madre. Sui moli dove mio padre attraccò nella sua brevissima giovinezza, senza sapere quanto breve sarebbe stata. Il viale che porta al fabbricato tozzo, ma signorile, della direzione dell’Ospedale Psichiatrico di Arezzo, è fiancheggiato dai tigli. La brezza spiuma i fiori dal profumo caramelloso. Io leggo e viaggio con Dino. Mi ha portato con sé sulla Verna, dove voleva salire “come il falco”. Un degente, contadinello insieme stolto e furbesco, sta a cavalcioni di una panchina in pietra. Piega il collo per curiosare. Mi avvicino. Gli mostro la copertina del libro. «Sono poesie...», dico. «Vuoi sentire qualcosa?». Annuisce. «O siciliana proterva opulenta matrona...». E trascino ‘il matto’ nei vichi marini, nella notte mediterranea, nella devastazione, occhiuta. Tremo, leggendo. Batto il piede, cercando la cadenza erotica di quei versi. Smetto e guardo quella faccia pallida, dagli occhi spalancati, che sorride, come se mi prendesse in giro. «Ma questa non è poesia, è musica!», dice. Devo a quel ‘matto’ e a Dino Campana, abbandonati da chi non era stato capace di amarli, la fulminazione che mi ha portato a covare Inganni, ispirato al mio Campana e a tutti i matti che vado ancora cercando nella vita. Durò dodici anni l’attesa e la sceneggiatura fu scritta e riscritta un’infinità di volte. Moravia disse trattarsi di «un film campaniano». Mai complimento fu più gradito...
In concorso al Festival di Locarno (1985) In concorso al Festival del Cinema Neorealistico di Avellino (1985) Nastro d’Argento per la fotografia a Marcello Gatti (1986) Anteprima nazionale a Marradi. Invitato a: Valencia (1986), Gand (1986), Nairobi (1986), Madrid (1986), Buenos Aires (1987), Mosca (1987), Barcellona (1988), New York (1989) e in tutte le retrospettive Faccini. “Terribile e bellissimo...” Sauro Borelli, l’Unità “Un film ‘dentro’ Campana. Uno dei film più originali degli anni ’80...” Morando Morandini, Il Giorno “Uno dei meriti di questo film insolito e insolitamente ambizioso è di conservare a Campana l’alone della poesia. La qualità principale del film è nel carattere campaniano della regia...” Alberto Moravia, L’Espresso “Film intenso, lacerante. Una bella realtà del cinema italiano...” Sergio Frosali, La Nazione “Film forte, splendido...” Agostino Pirella, Il manifesto “Il film raggiunge un connubio stilistico raramente ottenuto e altrettanto raramente perseguito da altri autori. Meravigliosa la fotografia di Marcello Gatti...” Mino Argentieri, Rinascita “Sapiente costruzione narrativa. Flusso armonico di immagini...” Leonardo Autera, Corriere della Sera “Il matto geniale, il folle capace di accendere le parole, l’avventuriero innocente che mescolò viaggi e fughe. Pregevole opera di Faccini. Una coraggiosa produzione indipendente di Marina Piperno...” Sergio Reggiani, La Stampa “Il film echeggia Géricault e Van Gogh. Bruno Zanin dà a Campana personalità vitale e sognante, furia e dolente nostalgia...” Mirella Poggialini, L’Avvenire “Il film procede con severa eleganza...” Alfio Cantelli, Il Giornale “Film dal fascino non comune...” Vittorio Albano, L’Ora
Ivo Franchi (Cinema Nuovo, marzo-aprile 1986)
FONTE: http://www.pipernofaccini.it/inganni.html ------------------------------ Dino Campana fu più volte internato in manicomio per le "stranezze" del suo stile di vita. Su Dino Campana: http://www.italialibri.net/autori/campanad.html |
La psichiatra rende senza futuro le persone che psichiatrizza. In loro resta l'anelito spezzato sul nascere. Sta agli psichiatrizzati CREARSI UN FUTURO. Per farlo, occorre riprendersi la propria persona, LA PROPRIA VITA. Senza futuro si è se si è psichiatrizzati. Ma la realtà può essere cambiata: si può uscire dalla condizione di psichiatrizzato/a - Natale Adornetto nataleadornetto@yahoo.it
22 dicembre 2010
"Inganni"
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