28 dicembre 2010

Omaggio a Carlo Sabattini, il contadino ecologista dissidente che venne rinchiuso nel manicomio giudiziario


"E se in una città come Modena si è riusciti a mandare in manicomio criminale un cittadino dichiarando il falso, e se coloro che hanno partecipato alla congiura riescono a farla franca, vuol dire che un domani qualsiasi cittadino che protesti o denunci dei soprusi può aspettarsi di finire in manicomio".
(I pregiudizi e la conoscenza critica alla psichiatria, di Giorgio Antonucci - Il caso Sabattini)
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Ho saputo della vicenda di Carlo Sabattini 4 anni fa circa, poco dopo aver iniziato la mia "avventura" su internet. Sono rimasto molto toccato dalla sua storia, e, per tanti motivi, mi sono sentito coinvolto.
Carlo Sabattini era un libero cittadino che si batteva tenacemente per la salvaguardia del territorio ove viveva. A causa di ciò, venne rinchiuso nel manicomio giudiziario di Castiglione delle Stiviere. Non ripercorrerò però ciò che gli è successo. Riguardo a ciò, rimando ai link giù segnalati.

Mi sovvengono in mente migliaia di pensieri, di ricordi, di immagini, di riflessioni tante volte fatte. Mi chiedo cosa significa libertà, giustizia, quali ne siano i "confini", le possibilità, i limiti.
Quello di Sabattini, come avrete modo di leggere, è un caso emblematico. Ma di certo non l'unico, anche se uno dei più clamorosi.
Fa vedere in maniera molto chiara quale sia uno dei compiti principali della psichiatria, il Moloch che ha divorato e distrutto le vite di milioni di persone e che ha tolto dalla circolazione e messo fuori gioco anche Carlo Sabattini.

Sulle vittime della psichiatria si parla molto ma molto raramente. Ed è arduo e rarissimo riuscire a trovare notizie su internet. Di conseguenza, ogni volta che ne trovo una, provo a diffonderla il più possibile. E avendone adesso trovata una recente che parla di Sabattini, faccio questo post per ricordarlo e per diffondere la pagina trovata.

Prima di lasciarvi al link dell'articolo da poco trovato (e ad altre due pagine che già conoscevo e su cui l'autore dell'articolo fa ampio riferimento), trascrivo quello che ho trovato e diffuso il settembre dello scorso anno.
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21/09/2000 - RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO: RICORDO DI CARLO SABATTINI

Lettera giunta in redazione firmata da Giuliana Galli:

Ricorre l'anniversario della scomparsa di Carlo Sabattini, cavaliere solitario, impegnato in singolari tenzoni per i diritti civili, che per tutelare la salute pubblica aveva una sua inimitabile tecnica di documentazione sul campo, facendosi sommergere da montagne di carte polverose per individuare le responsabilità in misfatto d'autore!

Lottando per un ripristino delle petrarchesche chiare, freschi, dolci acque al posto delle mefitiche cloache a cielo aperto, i liquami versati nei canali del modenese, zoccolo duro di militanti di sicura fede ortodossa.

E ancora si batteva contro l'inquinamento selvaggio dei coloranti delle maglierie di Carpi e delle scorie dei fanghi tossici delle ceramiche di Sassuolo.
Per salvare i pozzi artesiani e una rete di canali ora melmosi rivoli, soffocati da sterpaglia e adibiti a discariche abusive.

Sabattini si batteva contro la speculazione edilizia, le opportune deroghe a piani regolatori ideati da uno sparuto gruppo di happy few.

Questo cavaliere, moderno Parsifal senza macchia e senza paura, più che radicale o verde era anarchico. Non accettava strategie comuni, agiva solo, questo era il suo tallone d'achille di fronte agli squadroni d'energumeni dei servizi d'ordine che affrontavano coraggiosamente il nemico del popolom sovversivo, da sopraffare ricorrendo alle vie di fatto.

Prima la sua tenda smantellata, poi la diffamazione, come si usava nei gulag di Solgenitzin.

Con Sabattini dissidente e resistente ad oltranza a imboccare la diritta via di partito, si ricorre a qualche metodo di correzione a base di pestaggi e perché no l'internamento al manicomio criminale di Castiglione delle Stiviere.

Dopo la cura ricostituente si stroncava la tempra e si soffocava la scomoda 'vox clamantis in deserto' con la catena di S. Antonio dei delatori, delle orecchie di regime. Ultimi atti di una tragedia annunciata, baruffe degenerate in pestaggi.
Poche settimane dopo Carlo si accasciava in consiglio comunale, dove giace dimenticato.

http://ilnuovo.redaweb.it/seconda.php?key=2125
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Ritengo opportuno dire un paio di cose.
Dalla lettera di Giuliana Galli, alla fine si legge "Poche settimane dopo Carlo si accasciava in consiglio comunale". Pare che Sabattini sia morto in consiglio comunale. Nell'articolo ieri trovato, l'autore scrive che Sabattini è morto in ospedale dopo aver subito un pestaggio.

L'altra cosa, è che, per quel che ne so, Giorgio Antonucci è medico e psicoanalista, e non psichiatra. Ha sì lavorato in psichiatria, anche al fianco di Franco Basaglia, ma da medico, evitando ricoveri e coercizioni e prodigandosi concretamente per lo smantellamento dei manicomi (Questa precisazione perché l'autore di "Carlo Sabattini: un morto del diritto" scrive: "Giorgio Antonucci , lo psichiatra che ha seguito il caso Sabattini". Ad ogni modo, l'importante è ciò che si fa e ciò che si è, non il titolo che si possiede).

Natale Adornetto

- Carlo Sabattini: un morto del diritto
- Il caso Sabattini illustrato da Giorgio Antonucci
- I Verdi di Modena chiedono giustizia per l'ecologo "matto" - Articolo de La Repubblica del 4 maggio 1985

http://www.undo.net/Pressrelease/foto/1237827711b.jpg

26 dicembre 2010

Progetto di Legge Ciccioli e altri (testo unificato) in discussione alla Camera


Dopo i vari DDL (Disegni Di Legge) via via presentati per modificare la legge psichiatrica italiana, qualche mese addietro è stato presentato un Progetto di Legge con testo unificato e il cui relatore è Carlo Ciccioli.
La Proposta di Legge è in discussione alla XII Commissione Affari Sociali della Camera dei deputati.

Qui non è mia intenzione analizzare nei dettagli tutto ciò che non va in questa proposta di legge. Per altro, l'hanno già fatto molto bene altre persone. Dico soltanto alcune cose. Il Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO), da Obbligatorio diviene "Necessario": viene usata un'astuzia terminologica per far apparire necessario ciò che in realtà è obbligatorio. Quindi, non più TSO ma TSN. Inoltre, dai 7 giorni del TSO, si passerebbe ai 21 giorni del TSN.
C'è poi il TSNEP, il Trattamento Sanitario Necessario Extraospedaliero Prolungato, della durata di 6 mesi, e rinnovabile di 6 mesi a 6 mesi ad oltranza: nel concreto, si vuole far rinchiudere a vita un maggior numero di persone e far nascere un numero abnorme di nuovi manicomi che si aggiungerebbero ai migliaia già esistenti, si vuole privatizzare la psichiatria, si vuol aumentare il business e il badget sulla pelle di migliaia e migliaia e migliaia di esseri umani.
Nel testo unificato, rimane presente il contratto terapeutico vincolante (il "contratto di Ulisse").

Ciò è inaccettabile, e urge una risposta forte e decisa.
Tante persone dicono che la Proposta di Legge verrà rigettata. Ma solo per questa ipotesi, bisogna starsene con le mani in mano senza far niente ed aspettare? E se il Progetto diviene Legge, se noi ci troviamo di fronte al fatto compiuto, poi che facciamo? Facciamo la petizione, la raccolta di firme on line per chiedere di abolire la specifica legge?
Magari servirà a poco, però penso che ci si debba attivare e mobilitare il prima possibile. Dovesse servire anche solamente a informare un certo numero di persone sulle conseguenze apocalittiche a cui porterebbe l'approvazione della legge, sarebbe già tanto.

Con Alessio Coppola (fondatore e presidente del Telefono Viola) nei mesi scorsi avevamo parlato di una iniziativa contro il DDL unificato. Durante l'assemblea di fine anno del Telefono Viola, Alessio ha (ri)lanciato la proposta di un'iniziativa in tal senso, e questa è stata approvata dai partecipanti. Io, informando i presenti dell'esistenza del DDL unificato e del fatto che esso viene discusso alla Camera, ho fortemente e caldamente sollecitato i soci e il Consiglio Direttivo ad "accorciare" i tempi per organizzare la manifestazione pubblica contro la Proposta di Legge.

Iniziamo quindi tutti/e ad attivarci fin da adesso. Non dimentichiamo ciò che ha fatto Vendola in Puglia nel 2008 (delibera 1170) e ciò che di recente ha fatto la Polverini nel Lazio (Ciò anche se poi il Governo ha bloccato la concessione di 240 posti letto alle cliniche private). Queste cose sono, secondo me ed altre persone, le prove generali per il ritorno "in grande stile" dei vecchi manicomi e lo spianare la strada al DDL unificato.

Mi ritrovo, ci ritroviamo e ci ritroveremo in una situazione a dir poco "contraddittoria". A me e a tantissime altre persone l'attuale legge psichiatrica, la cosiddetta legge Basaglia, piace poco. Basta dire che vi è previsto l'uso e la violenza del TSO e delle coercizioni e che ciò che di buono vi è contenuto in essa (dicitura inerente il rispetto dei diritti e della dignità della persona), non viene per niente preso in considerazione nella pratica concreta, reale e quotidiana degli addetti ai lavori. "Noi" ci battiamo per l'abolizione delle coercizioni e del TSO, mentre ci ritroviamo, causa "forza maggiore" e nostro malgrado, a "difendere" la legge che sancisce il TSO e le costrizioni. E, indirettamente, anche a "difendere" le violenze e le illibertà che, essendo contenute e implicite in questa legge, inevitabilmente e consequenzialmente derivano e scaturiscono da essa. Ci ritroviamo costretti a scegliere il meno peggio. L'attuale legge non va cambiata con quella proposta per non far peggiorare le già pessime condizioni nelle quali si ritrovano le persone psichiatrizzate e brutalizzate dalla psichiatria, ma la legge cosiddetta Basaglia non è una buona legge, e noi continueremo a batterci anche contro gli elementi negativi di essa.

Ho, mentalmente, accampato la pretesa di scrivere il Manifesto dell'iniziativa pubblica contro il Progetto di Legge Ciccioli e altri e me ne sono "accaparrato" l'esclusiva. Spero che nessuno abbia da obiettare, spero vivamente che venga accettato il Manifesto che scriverò, Manifesto che conterrà parecchio di ciò che in questo post sta scritto.

- "Carissimo signore, per l'importanza rivestita dalla sua persona, il suo partecipare si rende necessario".
- "Sono così tanto onorato e commosso da queste parole da sentirmi obbligato"...

Natale Adornetto - Libero antipsichiatra

- Progetto di Legge Ciccioli e altri
- Note di Luigi Benevelli sul testo unificato del relatore Ciccioli
- Le osservazioni sul DDL Ciccioli di S. Cecconi e M. Cozza
- Camera dei Deputati - Esame in Commissione
- I DDL antecedenti il testo unificato del Progetto di Legge
- Legge 13 maggio 1978 n° 180, successivamente integrata negli articoli 33, 34, 35 e 64 della Legge 23 dicembre 1978 n° 833
- Contratto di Ulisse o tela di Penelope?
- No alla semplice difesa della L. 180 senza elementi di criticità!
- Sulla delibera 1170 in Puglia:
a) Politica e psichiatria in Puglia: il nulla osta ai nuovi manicomi!!!
b) Politica e psichiatria in Puglia: i pazzi siete voi!
c) Salute mentale: a rischio chiusura i Centri Diurni della ASL Lecce
- Sul piano sanitario nel Lazio:
a) Aumentati i posti psichiatrici nel Lazio: percentuale maggiore al privato
b) Sui 240 posti letto bloccati

http://www.leggievai.it/wp-content/photos/mork_end_credits.jpg

24 dicembre 2010

Auguri di Rinascita alle persone psichiatrizzate


Ripropongo questo post del 24 dicembre 2009
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http://www.ilmondodikloklo.it/regalini/bnatale/Buon%20Natale1.gif

Il Natale è la ricorrenza della nascita di Gesù. Natale, come sapete, significa Nascita. In questo senso lo intendo il Natale, come Nascita di qualcosa di Nuovo, Nuovo che subentra al già esistente. Quindi, che sia Nascita per tutte le persone, specie per quelle uccise nell'anima dalla psichiatria. Che sia Nascita, e Rinascita dalle polveri in cui sono state ridotte. Nascita, Nuovo, e che dunque scompaia la psichiatria dalla faccia della terra. Auspico che ciò avvenga, e che avvenga il prima possibile, perché la morte della psichiatria è la condizione prima, unica e indispensabile della Nascita e della Rinascita di tantissime persone.

LIBERIAMOCI DALLA PSICHIATRIA

Quando non c'è la psichiatria,
sboccia di continuo l'anima mia.
La psichiatria ha creato il peggiore girone infernale,
ed è vista come benefica per un abbaglio madornale.
Se la psichiatria finisse nelle mostre,
si libererebbero le ali nostre,
e risboccerebbero le speranze nostre.
La psichiatria è solo qualcosa di criminale
che innalza l'aguzzino torvo e bestiale.
Se alla psichiatria togliamo il rostro,
lo spirito e il corpo ridiventerebbe nostro.
Se la psichiatria finisse al cimitero,
sarebbe un lustro per il mondo intero.
Se abbattiamo la psichiatria, che è un mostro,
si rinfrescherebbe e risplenderebbe il cogito nostro.
Psichiatria, il dì che si farà il tuo funerale,
ci sarà anche per noi il Natale,
e una volta scomparso tutto il tuo male
e tutto ciò che rendi fatale,
sarà veramente un buon Natale,
da festeggiare in maniera regale
per un motivo sacrosanto e reale,
un motivo legittimo e vitale:
il rinfrancarsi dallo stato larvale.

Questo un url contenente la raffigurazione di un presepe.
Buon Natale; buona Nascita e Rinascita, e che un giorno ci sia finalmente un felice anno per le persone psichiatrizzate.
Natale Adornetto




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N.B. L'articolo e la poesia sono copyleft ma tutti i diritti sono riservati e la proprietà letteraria rimane mia. Chiunque può utilizzare il contenuto del presente post; chiedo solo che si citi la fonte (autore e link).
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Post originario: Auguri di Nascita e Rinascita alle persone psichiatrizzate

22 dicembre 2010

"Inganni"


"Incipit"/Abstract:
"Dino Campana, per molti il poeta più grande che l’Italia abbia avuto nel secolo scorso... Il film inizia con la crisi del suo amore tempestoso per la scrittrice Sibilla Aleramo. Siamo nel 1916. Due anni più tardi, povero, amareggiato, rifiutato dalla famiglia e dalla società letteraria del tempo, accetta il ricovero nel manicomio [...] L’età in cui Dino Campana, ridotto allo stremo delle sue capacità di resistenza nel mondo che lo circonda, un po’ getta la spugna, un po’ viene espulso [...] Sfoglio. Leggo suoni. Ascolto colori. “Andavamo andavamo, le vele molli di caldi soffi...” [...] Io leggo e viaggio con Dino. Mi ha portato con sé sulla Verna, dove voleva salire “come il falco” [...] «Io non invecchio mai perché la suggestione può anche ringiovanire cento duecento tremila anni di vita, qualunque età. Con la suggestione posso ringiovanire molti anni, posso vivere a volontà...» [...]".

INGANNI 1985

Soggetto e sceneggiatura: Luigi Faccini, Sergio Vecchio. Fotografia: Marcello Gatti. Fotografi di scena: Salvatore Alessi, Enzo Appetito. Scenografia: Michele De Luca. Costumi: Tonia Ermini. Montaggio: Gino Bartolini. Musica: Luis Bacalov. Missaggio: Romano Checcacci. Regia: Luigi Faccini.

Con: Bruno Zanin, Olga Karlatos, Mattia Sbragia, Daniela Morelli, Barbara Valmorin, Remo Remotti, Piergiovanni Anchisi, Ugo Fangareggi, Otto Richter, Bernd Witthüser, Kenneth Belton, Pasquale Zito. Con i degenti dell’ospedale psichiatrico di S. Maria della Pietà di Roma.

Produzione: MP srl di Marina Piperno. Contributo art. 28 del Ministero Turismo e Spettacolo.
Sviluppo e stampa:
LVR di Luciano Vittori. Girato in Agfa 35 mm, colore. Durata: 96’.

Distribuzione: Off-limtits.

Dino Campana, per molti il poeta più grande che l’Italia abbia avuto nel secolo scorso... Il film inizia con la crisi del suo amore tempestoso per la scrittrice Sibilla Aleramo. Siamo nel 1916. Due anni più tardi, povero, amareggiato, rifiutato dalla famiglia e dalla società letteraria del tempo, accetta il ricovero nel manicomio toscano di Castel Pulci. Durante la degenza - siamo già nel 1928 -, un giovane psichiatra, Carlo Pariani, attratto dalla poesia dei Canti orfici nel frattempo ripubblicati, cerca di decifrare il mistero della sua creatività. Vorrebbe indurlo a rientrare nella vita e nella società letteraria che, tardivamente, lo ha riconosciuto “grande”. Il rapporto tra lo psichiatra e Campana è ambiguo, rischioso per entrambi. Lo psichiatra “studia” e inquisisce il poeta. Dino Campana si trincera, finge, nega, mendica comprensione. Dai deliri nei quali si rifugia per difendersi dalle intrusioni dello psichiatra emerge Sibilla, severa, invitante. Ma anche la madre, con la quale ha sempre avuto un rapporto improntato all’aggressività. Lo psichiatra non convincerà Campana ad uscire dal manicomio, ma risveglierà in lui frammenti di coscienza e di lucidità, intuendo, ma senza afferrare il segreto della “grande musica” inseguita dal poeta...

È il 1972 quando apprendo dell’esistenza di Dino Campana. Della sua poesia, naturalmente. Sono ad Arezzo, immerso nell’esperienza basagliana che in quegli anni, preparandosi alla chiusura dei manicomi, tentava di aprirli alla società esterna: da luoghi di reclusione a luoghi di visita e frequenza, da luoghi morti a luoghi vivi. Ero lì, un po’ casualmente, come regista che avrebbe dovuto prelevare frammenti di quel tentativo per un ciclo di trasmissioni televisive dedicate alla “riforma sanitaria”. Mi ci appassionai, a tal punto che ad Arezzo dedicai un’intera puntata del programma. E ci tornai, per due anni di seguito, in una funzione del tutto inventata, quale animatore di quel vuoto, di quella stasi, di quel silenzio rotto da grida improvvise che era il manicomio, che è ancora dove non sono totalmente chiusi. Agostino Pirella, braccio destro di Basaglia e direttore di quell’Ospedale, mi consentì di vivere in mezzo ai degenti; guai chiamarli matti: matta era la società che li discriminava, in quanto strani, diversi, disturbati, poco produttivi. E molto era vero: quanti contadini erano stati confinati in manicomio da famiglie spazientite, che altro avevano da pensare? L’Ospedale Psichiatrico di Arezzo riuscì, infatti, a dimettere, e ricollocare in case-famiglia, nel corpo della città o nei suoi dintorni, decine e decine di persone. Li filmavo con una telecamerina Akai 1/4 di pollice, consentendo a gente reclusa da trent’anni di afferrare un microfono e dire (il più delle volte tacendo, tragicamente) qualche parola sensata o suono mozzo. Trascrivevo le registrazioni e partecipavo al rito di “apertura” del manicomio, quando vi affluivano parenti e amici che si incontravano con infermieri, medici e degenti, ripristinando percorsi di vita, cominciando, quindi, a distruggerlo, come luogo di segregazione definitiva. Drammatiche erano, spesso, le riflessioni post-assembleari, quando le contraddizioni emerse venivano analizzate in ogni loro implicazione e dinamica. Fu per me un’esperienza squassante, formativa come nessun’altra. Avevo poco più di trent’anni. L’età in cui Dino Campana, ridotto allo stremo delle sue capacità di resistenza nel mondo che lo circonda, un po’ getta la spugna, un po’ viene espulso da madre, padre e comunità di Marradi. Ma tutto questo non lo sapevo ancora. Perché Dino Campana, fino a quei giorni, per me non era che un nome nell’antologia poetica del Novecento... Una mattina, prima di immergermi nell’impegno quotidiano di “ascoltatore”, pesco in una libreria di Arezzo una copia dei Canti orfici, in edizione Oscar. Sfoglio. Leggo suoni. Ascolto colori. “Andavamo andavamo, le vele molli di caldi soffi...”, leggo. Io sono ligure, di Lerici, discendente di marinai, spesso morti per acqua furibonda. Ho una madre genovese, nata da migranti lericini. È un mancamento istantaneo che mi prende. E poi: «Usted quiere mate?». Qualcuno, nella pampa, si rivolge a Dino Campana e gli offre la bevanda nazionale argentina. Sono con lui, immediatamente, di notte, sotto un cielo chissà se stellato o nero come pece. «E per i vicoli che in alto sale... che bianca e tremula salì...». Ed eccomi a Genova. A casa di mia madre. Sui moli dove mio padre attraccò nella sua brevissima giovinezza, senza sapere quanto breve sarebbe stata. Il viale che porta al fabbricato tozzo, ma signorile, della direzione dell’Ospedale Psichiatrico di Arezzo, è fiancheggiato dai tigli. La brezza spiuma i fiori dal profumo caramelloso. Io leggo e viaggio con Dino. Mi ha portato con sé sulla Verna, dove voleva salire “come il falco”. Un degente, contadinello insieme stolto e furbesco, sta a cavalcioni di una panchina in pietra. Piega il collo per curiosare. Mi avvicino. Gli mostro la copertina del libro. «Sono poesie...», dico. «Vuoi sentire qualcosa?». Annuisce. «O siciliana proterva opulenta matrona...». E trascino ‘il matto’ nei vichi marini, nella notte mediterranea, nella devastazione, occhiuta. Tremo, leggendo. Batto il piede, cercando la cadenza erotica di quei versi. Smetto e guardo quella faccia pallida, dagli occhi spalancati, che sorride, come se mi prendesse in giro. «Ma questa non è poesia, è musica!», dice. Devo a quel ‘matto’ e a Dino Campana, abbandonati da chi non era stato capace di amarli, la fulminazione che mi ha portato a covare Inganni, ispirato al mio Campana e a tutti i matti che vado ancora cercando nella vita. Durò dodici anni l’attesa e la sceneggiatura fu scritta e riscritta un’infinità di volte. Moravia disse trattarsi di «un film campaniano». Mai complimento fu più gradito...

In concorso al Festival di Locarno (1985)
Menzione Speciale della Giuria
Menzione Speciale della Giuria di “Cinema e Gioventù”

In concorso al Festival del Cinema Neorealistico di Avellino (1985)
Laceni d’oro a Bruno Zanin, Mattia Sbragia, Luigi Faccini e Marina Piperno

Nastro d’Argento per la fotografia a Marcello Gatti (1986)
Nastro d’Argento Speciale a Luigi Faccini (1986)

Anteprima nazionale a Marradi. Invitato a: Valencia (1986), Gand (1986), Nairobi (1986), Madrid (1986), Buenos Aires (1987), Mosca (1987), Barcellona (1988), New York (1989) e in tutte le retrospettive Faccini.

“Terribile e bellissimo...”

Sauro Borelli, l’Unità

“Un film ‘dentro’ Campana. Uno dei film più originali degli anni ’80...”

Morando Morandini, Il Giorno

“Uno dei meriti di questo film insolito e insolitamente ambizioso è di conservare a Campana l’alone della poesia. La qualità principale del film è nel carattere campaniano della regia...”

Alberto Moravia, L’Espresso

“Film intenso, lacerante. Una bella realtà del cinema italiano...”

Sergio Frosali, La Nazione

“Film forte, splendido...”

Agostino Pirella, Il manifesto

“Il film raggiunge un connubio stilistico raramente ottenuto e altrettanto raramente perseguito da altri autori. Meravigliosa la fotografia di Marcello Gatti...”

Mino Argentieri, Rinascita

“Sapiente costruzione narrativa. Flusso armonico di immagini...”

Leonardo Autera, Corriere della Sera

“Il matto geniale, il folle capace di accendere le parole, l’avventuriero innocente che mescolò viaggi e fughe. Pregevole opera di Faccini. Una coraggiosa produzione indipendente di Marina Piperno...”

Sergio Reggiani, La Stampa

“Il film echeggia Géricault e Van Gogh. Bruno Zanin dà a Campana personalità vitale e sognante, furia e dolente nostalgia...”

Mirella Poggialini, L’Avvenire

“Il film procede con severa eleganza...”

Alfio Cantelli, Il Giornale

“Film dal fascino non comune...”

Vittorio Albano, L’Ora

Ivo Franchi
Il miglior omaggio postumo
Itinerari paralleli - non necessariamente coincidenti -, si muovono in questo periodo intorno alla figura di Dino Campana, grande poeta, “eccentrico” nel paesaggio letterario italiano di inizio novecento: la suggestiva lettura de La notte della cometa di Sebastiano Vassalli, il film Inganni di Luigi Faccini, l’estrema ipotesi teatrale di Carmelo Bene che si è recentemente misurato con i Canti Orfici. A metà fra biografia e narrazione, Vassalli individua luoghi e momenti della vita di Campana, sottraendolo allo psicologismo e facendo emergere dal romanzesco il reale, e viceversa. Carmelo Bene, nel suo “work in regress” - ritorno alle radici letterarie di Campana e, analogamente, alle radici della nostra lingua in un percorso che attraversa le riletture di Dante, Manzoni e Leopardi -, intreccia frammenti poetici e prosastici in una alternanza drammatica piuttosto che narrativa, secondo le atmosfere di una parola che tende alla pura phoné fuggendo la dittatura della pagina scritta, di là dal mero valore d’uso del significato, in un territorio dove vita e poesia si incontrano. «Ero uno volta scrittore, ma ho dovuto smettere per la mente indebolita. Non connetto le idee, non seguo...», dice Campana allo psichiatra Carlo Pariani che lo interroga nel manicomio di Castel Pulci. «Ora bisogna che mi occupi di affari più importanti...». Il poeta di Marradi, un po’ come Joyce, ha una memoria simultanea di volti e di cose, lavora su accostamenti improvvisi e inconsueti, ricrea sullo spartito il dinamico flusso della “modernità” e “dell’esperienza vissuta”; in ciò più vicino a Baudelaire e Rimbaud che a D’Annunzio e ai futuristi. “Ogni tanto scrivevo versi balzani, ma non ero futurista”, annota nei suoi taccuini. “Il verso futurista è falso, non è armonico. È una improvvisazione senza colore e senza armonia. Io facevo un poco di arte...”. È inutile, nell’opera di Campana, la distinzione tra poesia e prosa, tra ritmo narrativo e ritmo della parola: non si può parlare di un Campana poeta e di un Campana prosatore poiché, come ha scritto Giacinto Spagnoletti, “il poeta è sempre presente, e, laddove il verso manifesta una sua forza ancora impetuosa e pulsante, la prosa ne trattiene lo slancio in un andamento sicurissimo, che le dà l’aria di cosa classica”. Il mistero che aleggia intorno al personaggio Campana non è facilmente decifrabile, né confinando la biografia sulla sfondo dell’attività poetica (peraltro brevissima), né, tantomeno, lavorando sulla scorta di improbabili letture psicoanalitiche. In questo senso Luigi Faccini, con Inganni - il film sulla vita di Dino Campana -, ha colto pienamente nel segno. L’ambito delle esperienze, umane e artistiche, in Dino Campana è correlato in modo strettissimo: mitologie barbariche ed esoterismi, avverte Mario Luzi, non sono da prendere alla lettera, ma vanno considerati quali “commutatori di esperienza” per le sue fughe, in avanti e indietro nel tempo (flash-back e flash-forward cinematografici), “nel tempo non lineare che, a parte la mistica orfica e nietzschiana dell’eterno ritorno, è la traccia lungo la quale si incontrano e si smarriscono gli archetipi della nostra esistenza”. Nel cimentarsi con un personaggio così affascinante e sfaccettato, “indecifrabile” secondo i percorsi della logica comune, Luigi Faccini è sfuggito tanto al rischio di farne un epigono dell’eroe romantico e decadente, quanto a quello di rinchiuderlo in una interpretazione “razionalizzante”. Rispettando la fondamentale inclassificabilità di Campana - la sua “atipia”, per utilizzare un termine caro a Roland Barthes -, Faccini ha ricostruito un periodo chiave di quella biografia, cioè l’esperienza manicomiale, che copre circa un terzo della vita del poeta, internato dal 1918 al 1932, anno della morte per setticemia. Un breve prologo incentrato sul rapporto con Sibilla Aleramo (una straordinaria Olga Karlatos). Il luogo: una spiaggia invernale, con il mare agitato, che rimanda ad un paesaggio dai colori metafisici. Tinte livide e minacciose: sembra stia per piovere. In questa scenografia naturale, inquietante, i due amanti consumano la loro bruciante passione amorosa nella tragedia dell’incomprensione. Campana insulta Sibilla, la picchia. Ritornano in mente i bei versi della scrittrice: “Rosa calpestava, s’abbatteva il pugno / e folle lo sputo sulla fronte che adorava / Feroce il suo male più di tutto il mio martirio”. È l’ultimo periodo di parziale lucidità di Campana. Il poeta non riesce più a scrivere. In preda a una sorta di afasia, guardando il mare, dice: «Davanti alle cose troppo grandi sento l’inutilità della vita...». Dopo non ci sarà che il silenzio allucinato del manicomio, un tempo ciclico, ripetitivo, che scorre sempre uguale, giorno dopo giorno. È qui che si svolge la vicenda di Inganni, nel tempo fermo della reclusione manicomiale. Faccini ha scelto come ambientazione l’ospedale psichiatrico di Roma, il Santa Maria della Pietà, utilizzando qualche decina di degenti per il ruolo dei “matti”. Sedotto dall’ambiguo rapporto fra realtà e finzione - una costante del suo cinema -, Faccini opera una raffinata e sottile interpolazione, inserendo nella fiction del “racconto” brandelli di “reale”, di vita vissuta. Ma il “racconto” è a sua volta costruito su di una biografia (reale?), per cui Faccini impernia la trama su due personaggi principali: Dino Campana e un giovane psichiatra che lo sottopone ad una terapia avanzata rispetto a quelle in uso nel periodo. Lo psichiatra è interessato a un colloquio con il poeta, gli chiede di poter leggere i suoi taccuini, intende dimostrare la sua sanità mentale al direttore del manicomio. In un gioco continuo di simulazioni, e “inganni” appunto, tra i due protagonisti si instaura un rapporto strano, ambivalente, che viene continuamente mutato e rovesciato, a seconda delle circostanze. Complicità e rifiuto, confronto e scontro, sono le polarità opposte, ma complementari, della vicenda. La percezione “sinestetica” di Campana - «Io ho inventato il colore nella poesia italiana» - viene rappresentata in una serie di flashback, di sogni, di allucinazioni e visioni: nello spazio concentrazionario dell’ospedale psichiatrico (sbarre, inferriate, reti, porte metalliche, chiavistelli, fanno sentire la loro soffocante e claustrofobia presenza) il poeta vive e rivive momenti della propria esistenza, non importa se reale o immaginaria: la storia con Sibilla, il rapporto con la madre, la compenetrazione con la natura (simboleggiata dal motivo ricorrente dell’acqua che scorre). Allo psichiatra che lo rimprovera di perdere tempo risponde: «Io non invecchio mai perché la suggestione può anche ringiovanire cento duecento tremila anni di vita, qualunque età. Con la suggestione posso ringiovanire molti anni, posso vivere a volontà...» E, nel finale, l’ultima finzione, beffarda, nei confronti dell’amico/nemico psichiatra, che, estromesso dal manicomio per motivi di “ordine”, va ad accomiatarsi da lui. Simulando la sua intenzione di non scrivere più, Campana gli consegna il taccuino dei suoi appunti poetici. Una volta uscito dall’ospedale lo psichiatra si accorgerà che le pagine sono bianche. Il silenzio, metaforico e reale, come “inganno” supremo di chi non può più prendere la parola, ovvero, l’impossibilità di sottrarsi al linguaggio e alla tirannia del senso. A me pare il miglior omaggio postumo a Dino Campana.

(Cinema Nuovo, marzo-aprile 1986)


FONTE: http://www.pipernofaccini.it/inganni.html

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Dino Campana fu più volte internato in manicomio per le "stranezze" del suo stile di vita.

Su Dino Campana: http://www.italialibri.net/autori/campanad.html

http://baccelli1.interfree.it/campan1.jpg

Dino Campana

11 dicembre 2010

Infermieri, slegatemi

Scene tratte dal film "L'imperatore di Roma":



Intervista fattami il 24 marzo marzo del 2007 e mandata in onda il 25 aprile successivo:



‎8 Tso subiti. 8 volte legato per più di 24 ore consecutive. Quante volte ho chiesto di essere slegato...

http://spazioinwind.libero.it/ilsogno/genova/quarto/contenzione.jpg

http://spazioinwind.libero.it/ilsogno/genova/quarto/contenzione.jpg

07 dicembre 2010

Aloperidolo associato ad aritmia ad esito anche fatale


Video: Aloperidolo associato ad aritmia ad esito anche fatale

Aloperidolo: Monografia di Aloperidolo

L'articolo: L'Aloperidolo può causare prolungamento dell’intervallo QT e torsione di punta
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I foglietti illustrativi dei medicinali vengono chiamati bugiardini. Bugiardini perché tante cose vengono omesse e quelle scritte vengono parecchio smussate. Bisogna tenere conto di ciò quando si leggono i foglietti illustrativi, e la monografia segnalata è in pratica un foglietto illustrativo.
Ciò per farsi un'idea delle porcherie tossiche che gli psichiatri e le psichiatre prescrivono e fanno assumere, anche forzatamente.
L'altra sera ho visto parte del programma Speciale TG1 "Scienziati della droga". Riporto solo una cosa. Da dei studi condotti, hanno verificato che l'assunzione di cocaina fa rimanere spenta un'area del cervello per 10 giorni, e che dopo 100 giorni quest'area si riaccende in forma parziale e minima. E chi ha illustrato questi studi? Guarda caso, uno psichiatra. Sarebbe stato interessante se avessero parlato degli effetti degli psicofarmaci (parlavano di droghe, e gli psicofarmaci sono delle droghe) e ne avessero mostrato i nefasti effetti che questi hanno sul cervello.
Ma il messaggio era abbastanza chiaro: "Lo psichiatra non solo non procura danni alle persone e ai loro cervelli ma si preoccupa per il fatto che ciò avvenga e si adopera per far sì che ciò non accada".


http://4.bp.blogspot.com/_pqhgSG6lk_c/THzBJ59qIMI/AAAAAAAADG4/-Bk47nsV00c/s1600/farmaci+psicotropi.jpg