Nel contempo, cerco di “prendere due piccioni con una fava”. Una mia amica, quando ha letto di miei “lamenti”, mi ha a volte detto dispiaciuta di non “tormentarmi”. Ciò che dirò è quindi anche una “risposta” alla mia amica. Ma pure a tante altre persone. Quando scrivo determinate cose, non è per tormentarmi. E quantunque fosse un tormento, non lo faccio di certo perché “mi piace”. Diciamo che scelgo il male minore, nel senso che per evitare che la pressione interiore divenga troppo insostenibile, faccio fuoriuscire, magari sentendo sofferenza, ciò che ho dentro, e così in parte e temporaneamente ne resto alleviato. Il punto è che quando si attraversano certe esperienze, purtroppo non ci si può liberare dai segni che irrimediabilmente rimangono e dagli effetti che questi producono. Ad esempio, se una persona ha avuto un infarto, può anche non pensarci, ma il dolore rimane e tante cose non potrà farle mai più.
Io sono stato psichiatrizzato, ho subito ben 8 TSO, e già dal primo TSO (giugno 1996) i danni e i traumi sono stati grandissimi e invalidanti. Non serve a niente dire di “non pensarci” e di andare avanti come prima. Anche volendo, non posso, così come non può camminare la persona a cui sono state amputate le gambe. Quello che vorrei che tutte le persone capissero, è che la base minima e indispensabile per poter costruire un rapporto con una persona che ha attraversato specifiche esperienze, è l'accettazione “incondizionata” di ciò che è il suo vissuto e le sue possibilità conseguenti a quello che le hanno inflitto. Ciò non per affossarsi su quelle cose e per ritornarci sempre ma per stabilirle una volta per tutte e non tornarci più, andare avanti, usare quella accettazione come base e punto di partenza per costruire il rapporto. Immaginatevi se ad una persona senza gambe le si dica sempre di provare a camminare. Le persone che facessero ciò, che relazione potrebbero costruire con la persona senza gambe? La relazione non avanzerebbe di un sol millimetro, e la persona senza gambe lo capisce da subito. Partiamo dal fatto che quella persona non può camminare, e usiamo ciò come base per vedere tutto l'altro che si può fare.
Quando io torno su certe cose, non è per piangermi addosso, non è per farmi commiserare, non è perché cerco chi mi consoli. È sia per scaricare e sia per far capire ed indicare quale approccio sia possibile, qual è la strada da percorrere, qual è la chiave d'ingresso. Se si sminuisce o non si tiene in considerazione ciò che una persona ha subito, come l'ha vissuto e come lo vive, si inficia in partenza il rapporto, e via via questo ne rimane sempre più inficiato.
Tornando a ciò che intendo dire alla mia amica, mi avvalgo di queste parole di Edgar Lee Masters:
“È assai lodato l'atto del ragazzo spartano, che si nascose il lupo sotto il mantello, lasciandosi divorare senza lamentarsi. È più coraggioso, io penso, strapparsi il lupo dal corpo e lottare con lui all'aperto, magari per strada, tra polvere e ululi di dolore. La lingua è magari un membro indisciplinato ma il silenzio avvelena l'anima. Mi biasimi chi vuole: io sono contento”.
Vi lascio ora alla canzone “Ci ni voli tempu” (Ce ne vuole tempo), del mio concittadino catanese Vincenzo Spampinato.

...sapendo in anteprima che l'amica di cui parli sono io... :-) cerco un risposta, che non sembri risposta... (ciò che serve l'hai scritto tu).
RispondiEliminami dispiace molto che le mie parole dette e scritte per allontanarti da eventuali ulteriori sofferenze, abbiano instillato in te l'insano consiglio di non sfogarti, di non liberare il lupo...
mi dispiace per due motivi: il primo è che sicuramente avrai pensato che volevo tarparti le emozioni, il secondo è che un'amica non tarpa le emozioni.
due ipotesi che sono contrarie al mio modo di pensare.
quelle volte in cui ho detto di non 'tormentare' un fatto, mi riferivo alla presenza di certe persone davanti al tuo sfogo, persone che avendoti già ferito, ascoltando il tuo dolore volutamente diretto a loro, dolore procurato appunto da loro, potessero scambiarlo per accuse gravi, voltando così il coltello dalla parte del manico, e farti ancora più del male.
io penso sia un diritto e un bisogno di tutti esprimere una forte emozione interiore, sia essa dolore o gioia o altro, ma esprimerlo in tutta la sua essenza, e non mettersi in balia dell'aguzzino ancora una volta.
questo era il mio ''non tormentarti''.
la vita è fatta di relazioni, e non voglio non posso appoggiare un fare dominante e un fare di subalternità.
se facessi così mi sentirei di avvalorare un ruolo psichiatristico e un ruolo vittimistico.
penso che per annientare ogni abuso sia importante muoversi sempre alla pari, e non offrirsi al lupo...
Cara amica, con ciò che ho scritto nel post e con le parole che ti ho fatto avere in un messaggio, pensavo di chiarire... invece ne è nato un (altro?) equivoco... :-)
RispondiElimina"abbiano instillato in te l'insano consiglio di non sfogarti, di non liberare il lupo...".
No, non c'è stato questo. Volevo solo dire/dirti perché ogni tanto mi "lagno" e che fare ciò non è un tormento (i tormenti semmai sono altri).
Conseguentemente, non ho pensato che volevi tarparmi le emozioni.
Riguardo a quello che dici sul "non offrire il fianco agli/alle avversari/e", per me non è così, e quindi la cosa non mi tange e non mi preoccupa minimamente. Voglio dire che magari i/le diretti/e interessati/e pensano ciò e quindi che è l'occasione giusta per affondare il colpo, ma è una loro illusione. Ricorda che per certe cose sono necessari 2 attori. Ad esempio, chi umilia e chi si sente umiliato. Ma se il "bersaglio" non si sente toccato, l'azione del primo è vana, il primo fa solo cilecca, e resta là come un cretino, specie se è convinto che la sua azione ha sortito l'effetto per cui l'ha messa in atto. Tra l'altro, prova a immaginare che deserto ha dentro e che meschina vita conduce chi gioisce dei miei (presunti) tormenti e chi ne approfitta per (provare a) rigirare il coltello nella piaga. Che miserandi/e, che pusillanimità, che poverette/i. Non vale la pena nemmeno lo stendere su di loro un velo pietoso, velo pietoso che è tanto, troppo per loro, e quindi non va sprecato. Si mettano addosso e si coprano con ciò che a loro è pienamente confacente.
Chiudo con un "avvertimento", "avvertimento" in senso buono per le persone amiche e in senso "no buono" per altre persone (ciò che mi avete riversato addosso, ve lo renderò con i dovuti e giusti interessi): ATTENTI/E AL LUPO.