28 ottobre 2011

Il Lupo della Sciara

Il Lupo della Sciara

Incipit - "Natale sentiva dentro di sé un ululato. Aveva sentito parlare dei lupi; dicevano che erano cattivi, che mangiavano i bambini, che si dovevano sterminare. Natale però non ne aveva mai visto uno né sapeva che quello che c’era dentro di lui era l’Ululato del Lupo. La prima volta che vide un lupo un’agghiacciante brivido caldo percorse tutto il suo corpo, i suoi occhi rimasero incollati agli infuocati occhi di ghiaccio del lupo, e quando questi al chiarore della luna emise l’Ululato di Richiamo, prontamente quello di Natale gli fece eco entrando in perfetta risonanza con l’Ululato del Lupo [...] Egli sa che se ha veramente finito di essere una larva, qualcosa tornerà. E se tornerà, lui la sentirà. Sentirà di nuovo l’Ululato del Lupo. Sentirà di nuovo il Richiamo della Vita. E solo allora saprà se l’incubo è finito. Torna a casa, prende alcune coperte e si dirige nella sciara vicino casa sua. Raccoglie un bel po’ di legna e accende un fuoco. Stende una coperta vicino a questo, e sedutosi si avvolge con le altre coperte. Elimina ogni pensiero dalla sua mente e si mette a guardare il fuoco. Ogni tanto, senza mai smettere per un solo istante di guardarlo, aggiunge della legna sul fuoco. Comincia a sentire dentro di sé un calore che man mano cresce d’intensità, e ad un certo punto si toglie le coperte di dosso. Passano un paio d’ore e Natale, allo stesso modo in cui sentiva l’ululo dei lupi indirizzato alla luna, ode l’Ululato in sé. Chiude gli occhi, piega la testa all’indietro e rimane in quella posizione fino a quando l’Ululo si smorza". Vengo dalla piccola valle - Natale Adornetto
"Alcuni tipi di comportamento, come le allucinazioni, sono state etichettate come malattie in molte culture e periodi storici. Ma si tende a dimenticare che invece altre culture forniscono spiegazioni alternative. Un'allucinazione può costituire un segno del fatto che una persona possiede particolari capacità e dovrebbe essere consultata in caso di decisioni importanti; oppure può essere definita una visione, una manifestazione religiosa (se chi attribuisce la definizione possiede lo stesso credo religioso del visionario)". Da noi stessi - Judy Chamberlin
"Sempre davanti a piazza S. Pietro, l’ultima mattina che Natale passò lì, gli successe di vedere una cosa che per lui fu infinitamente bella, meravigliosa, fantastica ed incantevole. Stava guardando il crocifisso e notò che il basamento della colonna che lo regge iniziò a poco a poco a espandersi da entrambi i lati e verso l’alto per qualche secondo. Immediatamente dopo, vide la colonna oscillare vibrando e contemporaneamente espandersi pure essa verso l’alto e da entrambi i lati per qualche secondo. Tutto il processo si ripeté tantissime volte per circa un’ora, facendo diventare il basamento e la colonna circa il doppio dell'altezza originale. Nel frattempo Natale si avvide che anche una delle cupole della basilica si gonfiava, come se stesse lievitando. Appena finito l’innalzamento del basamento e della colonna, vide qualcosa che partendo dal basso del crocifisso, progressivamente si sostituì a questo fino a farlo scomparire. Dapprincipio Natale vedendo che qualcosa si sostituiva al crocifisso, non capì di cosa si trattava, ma dopo un paio di minuti realizzò cos’era e seguì infervorato ed affascinato quel qualcosa che con fatica usciva dalla colonna e si portava verso l’alto. Quello che apparve alla fine a Natale fu una splendida immagine di Gesù con una corona in testa, una lunga tunica bianca e col braccio destro alzato a metà". Vengo dalla piccola valle - Natale Adornetto

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Ieri pensavo nuovamente che il genere umano avrà bisogno di migliaia di anni per tentare di recuperare la terrificante involuzione e decadenza che vi è stata negli ultimi cinquant'anni circa, specie in Italia. Il genere umano è sprofondato in maniera inaudita, impressionante, incredibile, in particolar modo negli ultimi anni.
È si verò che la decadenza vi è stata in altri periodi storici - e forse la decadenza è addirittura continua e costante, e non periodica, non con alti e bassi, non con periodi di recupero - ma è anche vero che negli ultimi tempi vi è stata una accelerazione gigantesca e tremenda della decadenza e della corsa forsennata verso il baratro.

Mentre pensavo, mi sovviene in mente Il lupo della steppa, di Hermann Hesse. Guardo su internet, e in un'edizione in PDF del libro leggo queste parole di Ervino Pocar: Il lupo della steppa (1927), l'opera più audace di Hesse, è un atto di accusa contro il suo tempo, una critica della decadenza della civiltà occidentale.
Il libro e queste parole sono come una sorta di vademecum di consolazione, amaro ma pur sempre consolante, così come lo sono il libello Sulla filosofia da università di Arthur Schopenhauer, il pensiero di Pier Paolo Pasolini, le parole di Italo Calvino, la décadence e le mosche del mercato di Friedrich Wilhelm Nietzsche, i guizzi di Charles Bukowski, il sempre presente 1984 di George Orwell - 1984 che Orwell voleva intitolare L'ultimo uomo in Europa.

Pare che nell'attuale società l'unica via di fuga e di "salvezza" da certe cose sia non tanto l'isolarsi ma il tenere ferma e inflessibile la propria individualità, il proprio modo di essere, anche se ciò comporta dei risvolti "tragici" per chi lo fa.

L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio - Italo Calvino.

Usando una metafora, il genere umano si ritrova inondato da periodiche alluvioni, da scatenati fiumi in piena. La maggior parte delle persone si gettano nelle acque che avanzano rovinosamente e che tutto spazzano via, e si lasciano da esse trasportare, e appaiono felici e contente. Ma occorre restare ancor più fermi e solidi di una roccia, bisogna resistere alla malia e alle sferzate dure e pesanti delle correnti in piena, resistere e resistere senza cedere mai di un solo millimetro, poiché quando la furia delle acque sarà finita, resteranno soltanto macerie e lacrime.
Le persone non imparano né dagli sbagli della storia né da quelli personalmente fatti, e li ripetono sempre, ogni volta, e appena vi è un'altra alluvione in arrivo, aprono ad essa le braccia, e tutto si ripete ancora una volta.
Negli ultimi 15-20 anni la gente si è fatta trasportare dall'onda malefica ed ingannevole dell'entusiasmo, dell'esaltazione, dell'illusione, senza accorgersi del decadimento e della degenerazione crescenti in cui si trovava sempre più invischiata. Ora l'alluvione è finita, anche se appare come se stesse continuando, ma la gente ancora non l'ha capito, o non l'ha capito del tutto, poiché ancora è frastornata dallo sballottamento subito. Solo poche persone hanno realmente compreso la catastrofe alluvionale e ne hanno già visto i risultati. Appena le persone prenderanno piena consapevolezza, vedranno anche loro macerie e lacrime, anche le proprie - perchè tutte le volte, dopo ogni alluvione, tutti/e ci ritroviamo ad essere più degradati di prima.
Ma non servirà. Si creerà di nuovo l'illusione fervente che per risolvere il tutto occorra un'altra alluvione, altre alluvioni, e le persone si butteranno a capofitto verso esse.

Ora trascriverò dei brani (il corsivo e il grassetto sono miei) dalla Dissertazione sul lupo della steppa contenuta nel libro di Hesse. E poi farò una chiosa finale.

"Aveva imparato parecchio di quel che possono imparare gli uomini dotati d'intelligenza, ed era uomo piuttosto savio. Ma una cosa non aveva imparato: a essere contento di sé e della sua vita. Non ci riusciva, era un uomo scontento. Ciò dipendeva probabilmente dal fatto che in fondo al cuore sapeva (o credeva di sapere) di non essere veramente un uomo, ma un lupo venuto dalla steppa [...] in lui l'uomo e il lupo non erano appaiati e meno ancora si aiutavano a vicenda; al contrario, vivevano in continua inimicizia mortale, e l'uno viveva a dispetto dell'altro, e quando in un sangue e in un'anima ci sono due nemici mortali, la vita è un guaio. Certo, ciascuno ha il suo destino e nessuno ha la vita facile. Ora, nel nostro lupo della steppa avveniva questo: che nel suo sentimento faceva ora la vita del lupo, ora quella dell'uomo, come accade in tutti gli esseri misti, ma quando era lupo, l'uomo in lui stava a guardare, sempre in agguato per giudicare e condannare... e quando era uomo, il lupo faceva altrettanto [...] considerata dal punto di vista del lupo, ogni azione umana diventava orribilmente buffa e imbarazzante, sciocca e vana. Ma succedeva lo stesso quando Harry si sentiva lupo e si comportava come tale, quando mostrava i denti e provava odio e inimicizia mortale contro tutti gli uomini e le loro costumanze false e degenerate [...] Per lo più era molto infelice, non diciamo di no, e rendeva anche infelici gli altri, quando cioè li amava ed essi amavano lui. Tutti infatti coloro che prendevano a volergli bene vedevano soltanto uno dei suoi lati. Certuni lo amavano come uomo gentile, savio e singolare e rimanevano atterriti e delusi quando scoprivano in lui improvvisamente il lupo. E non potevano fare a meno di scoprirlo, perché Harry, come tutti gli esseri, voleva essere amato tutto intero e non poteva quindi nascondere o negare il lupo di fronte a coloro al cui affetto teneva particolarmente. Ma ce n'erano altri che amavano in lui precisamente il lupo, quella sua libertà selvatica e indomita, il pericolo e la forza, e costoro erano poi a loro volta assai delusi e dolenti quando il lupo cattivo rivelava a un tratto anche l'uomo, quando si struggeva dalla nostalgia di bontà e tenerezza e voleva ascoltare Mozart, leggere poesie e nutrire ideali di umanità [...] Esistono non pochi uomini simili a Harry; specialmente molti artisti appartengono a questa categoria [...] E questi uomini la cui vita è molto irrequieta hanno talvolta nei rari momenti di felicità sentimenti così profondi e indicibilmente belli, la schiuma della beatitudine momentanea spruzza così alta e abbagliante sopra il mare del loro dolore, che quel breve baleno di felicità s'irradia anche su altri e li affascina. Così nascono, preziosa e fugace schiuma di felicità sopra il mare della sofferenza, tutte le opere d'arte nelle quali un uomo che soffre si inalza per un momento tanto al di sopra del proprio destino che la sua felicità brilla come un astro e appare a chi la vede come una cosa eterna, come il suo proprio sogno di felicità [...] Tra gli uomini di questa specie è nato il pensiero pericoloso e terribile che forse tutta la vita umana è un grave errore, un aborto della Madre primigenia, un tentativo della Natura orribilmente fallito [...] preferiva soffrir la fame e andar intorno stracciato pur di salvare un brano della sua indipendenza. Non si è mai venduto per denaro o benessere, non si è mai dato alle donne o ai potenti, e mille volte ha buttato via e rifiutato quello che secondo tutti sarebbe stato il suo bene e il suo vantaggio, pur di conservare in compenso la libertà. Nessun'idea gli era più odiosa e ripugnante che quella di avere un impiego, osservare un orario, obbedire agli altri. Odiava gli uffici e le cancellerie come la morte, e la cosa più orrenda che gli potesse capitare in sogno era la prigionia in una caserma. A tutte queste sciagure seppe sottrarsi, spesso anche con grandi sacrifici. In ciò consistevano la sua forza e la sua virtù, qui era inflessibile e incorruttibile e il suo carattere era saldo e rettilineo. Ma con questa virtù erano anche strettamente collegate le sue sofferenze e la sua sorte. Capitò a lui ciò che capita a tutti: quel che cercava con ostinazione per l'intimo bisogno della sua natura egli lo raggiunse, ma più di quanto sia bene per l'uomo. Ciò che da principio fu il suo sogno di felicità, divenne in seguito il suo amaro destino. L'uomo avido di potere incontra la sua rovina nel potere, l'uomo bramoso di denaro nel denaro, il sottomesso nella servitù, il gaudente nel piacere. E così il lupo della steppa si rovinò con l'indipendenza. La meta egli la raggiunse e divenne sempre più indipendente, nessuno gli comandava, non era costretto a seguire nessuno e decideva liberamente delle sue azioni e omissioni. Ogni uomo forte infatti raggiunge immancabilmente ciò che il suo vero istinto gli ordina di volere. Ma raggiunta la libertà Harry s'accorse a un tratto che la sua libertà era morte, che era solo, che il mondo lo lasciava paurosamente in pace, che gli uomini non lo riguardavano più né lui riguardava se stesso, che soffocava lentamente in un'aria sempre più rarefatta senza relazioni e senza compagnia. Infatti era arrivato al punto che la solitudine e l'indipendenza non erano più un'aspirazione, una meta, bensì la sua sorte, la sua condanna; e una volta pronunciata la formula magica senza poterla più ritirare, a nulla gli serviva tendere le braccia con desiderio e buona volontà ed essere disposto a cercar legami e comunioni: tutti lo lasciavano solo. Non che fosse odioso o antipatico alla gente. Al contrario, aveva moltissimi amici. Molti gli volevano bene. Ma quella che incontrava era soltanto simpatia amichevole; lo invitavano, gli facevano regali, gli scrivevano lettere garbate, ma nessuno gli si accostava, nessuno si legava a lui, nessuno aveva la voglia o la capacità di condividere la sua vita. Adesso era circondato dall'aria dei solitari, da un'atmosfera tranquilla, dall'incapacità di rapporti col mondo che gli scivolava via, e contro questo stato di cose nulla potevano la volontà e la nostalgia. Questo era uno dei tratti più caratteristici della sua vita [...] Quando in certe anime particolarmente intelligenti e delicatamente organizzate balena l'intuizione della loro molteplicità, quando, come fa ogni genio, esse infrangono l'illusione dell'unità personale e sentono di essere pluriformi, di essere un fascio di molti ii, basta che lo dicano e tosto la maggioranza le imprigiona, ricorre all'aiuto della scienza, fa costatare la loro schizofrenia e protegge l'umanità perché non debba ascoltare dalle labbra di questi infelici un richiamo alla verità [...] In realtà nessun io, nemmeno il più ingenuo è un'unità, bensì un mondo molto vario, un piccolo cielo stellato, un caos di forme, di gradi e situazioni, di eredità e possibilità [...] La via per giungere all'uomo vero, agl'immortali, Harry può benissimo intuirla, la percorre anche per qualche brevissimo tratto, con esitazione, e paga questo percorso con gravi dolori, con penoso isolamento. Ma di quel postulato supremo che impone di aspirare a diventare uomo secondo lo spirito, di percorrere l'unica stretta via dell'immortalità, egli ha paura in fondo all'anima. Capisce che arriverebbe a dolori ancor maggiori, alla proscrizione, all'ultima rinuncia, forse al patibolo... e quantunque in fondo a questa via appaia la lusinga dell'immortalità, tuttavia egli non ha voglia di patire tutte queste pene, di morire tutte queste morti [...] Qui non si discorre dell'uomo di cui parlano la scuola, l'economia politica, la statistica, non si discorre degli uomini che vanno in giro a milioni per le strade e valgono quanto la rena in riva al mare o gli spruzzi della risacca [...] Un uomo che intuisce i cieli e gli abissi dell'umanità non dovrebbe vivere in un mondo dove regnano il buon senso, la democrazia e la civiltà borghese [...] Si immagini un giardino con cento specie di alberi, con mille specie di fiori, con cento specie di frutta e di erbe. Se il giardiniere di questo giardino non sa fare altra distinzione botanica che quella tra "mangereccio" e "zizzania", non saprà che farsene dei nove decimi del giardino, strapperà i fiori più affascinanti, abbatterà gli alberi più nobili o almeno li odierà e li guarderà bieco [...]. Il lupo della steppa (La Dissertazione da pagina 31 a pagina 43).

I miei pensieri, che ho cercato di rendere più capibili ed incisivi "condendoli" coi pensieri di Hesse riportati, non vanno considerati sotto la luce del "pessimismo, del negativo e dell'apocalittico". Può darsi che sia così, ma non si guardi solo o principalmente ciò poiché il mio vuol essere un sentito invito a coltivare se stessi, ciò che si è, a rimanere una individualità (multiforme naturalmente), a non farsi trascinare nelle maree delle correnti del momento, delle catastrofi. Solo se ogni persona mantiene o riconquista la sua indipendenza di pensiero vi sarà la possibilità di (ri)creare un mondo, una vita sociale condivisa e condivisibile e delle relazioni autentiche, umane e genuine.
Ancora adesso, per far parte del "sociale", si deve pagare lo scotto della perdita della propria autonomia di pensiero, del proprio modo di essere e di sentire, ci si deve conformizzare. Se non si fa ciò, si rimane isolati e fuori da tutti i giochi. Personalmente, anche se un grande male, opto per il male minore, conservo la mia autonomia e la mia indipendenza - anche se ciò comporta l'isolamento forzato, la condanna, l'ostracismo e l'esclusione - perché le relazioni che esistono sulla terra non vanno bene e non mi piacciono minimamente.
Si vive una volta soltanto, e ci si chieda anche solo una volta e anche solo per un attimo che senso ha farsi la guerra su ogni cosa per tutta la vita danneggiandoci l'un l'altro/a senza avanzare di un millimetro sui gradini della civiltà e dell'armonia ma anzi retrocedendo, quando si potrebbero fare, collaborando, migliaia e miliardi di chilometri in un sol giorno sui Sentieri del Progresso, Progresso inteso come lo staccarsi e l'elevarsi sempre più dalle paludi in cui ci ritroviamo e nelle quali sprofondiamo sempre più inesorabilmente.
"Ohe ragazzi, ma che stiamo scherzando?? Si tratta della nostra unica Vita. Noi siamo giovani, siamo forti, siamo vivi, siamo vitali, siamo prorompenti, siamo pieni di energie, siamo traboccanti, siamo dei fiumi in piena, e se non ci lasciassimo sistematicamente bloccare, tutti potremmo giungere al Grande Mare. Lì, solamente lì, avrebbe valore l’inesauribile potenza dell'Amore, e lì, solamente lì, chiunque potrebbe esprimere veramente sé stesso e la propria creatività" - (Da Vengo dalla piccola valle).
Prendiamo in mano le nostre vite, facciamoci ognuno/a timoniere di se stesso/a, seguiamo la nostra rotta, in avanti, senza fermarci mai.
"Quando ormai è lontano dalla folla, si volta e dà un’ultima occhiata; poi, lesto, si incammina per scomparire per sempre dalla vista di tutti e per ritornare sui Sentieri della Vita, sui Sentieri della Libertà, sui Sentieri dell’Amore. Sui Sentieri dove non ha mai incontrato nessuno. Sui Sentieri dove sa che non incontrerà mai nessuno" - (Da Vengo dalla piccola valle).
Ci incontreremo un giorno?

Natale Adornetto - Catania

N.B. L'articolo è liberamente riproducibile, a condizione che venga citato l'autore e il link di riferimento - La proprietà letteraria resta dell'autore.

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