14 gennaio 2012

Schiarimenti antipsichiatrici (L'ultimo canto del cigno)

Nelle tematiche che mi accingo a trattare vi sono delle cose generali e alcune personali, visto che pure io sono (stato) un attivista antipsichiatrico.
Delle cose le dirò con schiettezza, e se saranno crude, pazienza.

L'antipsichiatria è, generalmente, un'attività di denuncia e di informazione sui danni derivanti dagli psicofarmaci, dalle modalità di intervento della psichiatria, dallo stigma delle diagnosi psichiatriche, e di altro ancora.
Ma sul "fare antipsichiatria" ci sono e nascono equivoci, e aspettative - alcune involontariamente create da chi fa antipsichiatria - da parte delle persone psichiatrizzate.
Una cosa è dire, ad esempio, che gli psicofarmaci fanno male e ben altra cosa è il tirare fuori la persona dalla psichiatria.
Tantissime persone si aspettano quest'ultima cosa, come se "noi" antipsichiatri potessimo fare ciò. Ricordo una sera di qualche anno fa. Stavo rientrando a casa sul tardi, e ho visto infermieri, vigili urbani e psichiatri che stavano portando un ragazzo sull'ambulanza per un T.S.O. (Trattamento Sanitario Obbligatorio). Che potevo fare? Non prodigatevi in consigli. Ciò che vorreste dire, fatelo voi, e dopo che coi miei occhi e con le mie orecchie avrò visto e sentito che siete riusciti ad evitare il TSO, magari quei consigli li ascolterò e li seguirò.

Tante persone si rivolgono a noi perché stanno male, perché hanno dei disagi, ma "noi", è d'uopo dirlo, non forniamo nessun aiuto su ciò. È sì vero che nessuno/a di noi ha detto o promesso in tal senso, ma rimane pur sempre il fatto che le persone che stanno male hanno in quel momento bisogno di aiuto, e andranno dove gli diranno che glielo daranno. 
Ovviamente, c'è "l'altra faccia della medaglia". Anche volendo, come possiamo "noi" aiutare le persone? Dove sono questi volontari che, gratuitamente, si possono mettere a disposizione parecchie ore al giorno e giorno per giorno? Tagliando la testa al toro, dico che manco io lo farei - perché non campo d'aria e ho necessità di guadagnare.
Sì, le persone non possono permettere di pagare, ma vorrei che mi si spiegasse perché altre persone potrebbero permettersi di mettersi a disposizione gratis.
E qui vi è un rimprovero indirizzato su più fronti, sia a "noi", sia a chi cerca l'aiuto gratuito e sia verso chi ci critica perché noi non forniamo aiuto. Ma... i soldi per l'affito di un locale, del telefono, ecc., da dove dovrebbero piovere? Tutte le persone che criticano, perché non mettono mano al portafogli e perché non si mettono loro a disposizione gratis? Che siamo tutti/e bravi/e quando le cose devono farle gli altri, magari rimettendoci di tasca propria?
La banale obiezione è che "loro" non hanno "promesso nulla". L'ovvia risposta è che non l'abbiamo fatto neanche noi.
Ciò non toglie che questa è una grave lacuna da colmare.

Non è necessario entrare più di tanto nei dettagli su quando le persone hanno bisogno di un posto ove dormire, mangiare e lavarsi i vestiti. Difatti, se non si riesce a pagare uno "studio" e una persona che quotidianamente accoglie chi ha bisogno di parlare con qualcuno/a, figurarsi il pagare un appartamento e il fare la spesa, ecc., per 3-7-12 persone.
Ciò lo dico fermo restando che sono contro l'assistenzialismo, specie quello prolungato e perenne. 

Stesso discorso per chi ha bisogno di un avvocato. Ma chi sono questi avvocati che si mettono a disposizione gratis per tutti/e? Chi dovrebbe pagarli? Gli avvocati da dove dovrebbero prendere i soldi per le spese?
Svegliamoci. Non dico diamoci una mossa, ma almeno svegliamoci e apriamo gli occhi.

Rimangono pur sempre dei nodi cruciali. Resto dell'idea che un qualche aiuto - che nulla ha a che vedere con una "alternativa alla psichiatria" e con l'assistenzialismo -  si deve provare a darlo, si deve riuscire a darlo. Se, ad esempio, al pronto soccorso non danno aiuto e danneggiano, non si può dire alle persone che hanno una colica renale di non andarci. Magari la specifica persona lo sa, per averlo visto su altre o su stessa, che al pronto soccorso le fanno più male che bene, che magari gli passa la colica ma ci perde un rene, ma in quei momenti chi ha la colica renale ci va al pronto soccorso. E non si può dire alle persone di tenersi la colica e aspettare che passi.
Se una persona ha fame, se io intendo mettermi in conto, ciò che devo immediatamente fare è mettergli del cibo a disposizione, e non parlargli del cibo, non dare spiegazioni, non rimandare a poi, non dire di aspettare che passi la fame.
O per lo meno essere chiari e precisi sin da subito, e quando si vede che ci sono equivoci e aspettative che non si possono adempiere, chiarire di nuovo per bene. Ad esempio: "Sarà poco o nulla, ma io do solo informazioni, non faccio "terapie", non c'è l'avvocato gratis, non c'è l'alloggio gratis, non c'è il terapeuta (neanche a pagamento), non abbiamo un medico che segue la dismissione (e non ne conosciamo che lo facciano gratuitamente) ecc.

Ora un po' di personale. Da parte mia, ho cercato di fare informazione e divulgazione. Sinceramente, non solo non me la sento ma so che non serve a niente una "utopica terapia telefonica". Per altro, una cosa è mettersi a disposizone, mettiamo, 2 ore al giorno (a orari stabiliti) 5 giorni alla settimana (ma qui si torna al discorso di prima, e cioè, dov'è questa stanza con un telefono, chi paga questa e quello?) e ben altra cosa è mettersi a disposizione tramite telefonino. Qui mi ritrovo a dover spiegare l'ovvio. Non posso e non me la sento di dare il mio numero di telefono alle persone, perché anche se si dovesse trattare di 1-2 telefonate al giorno, per me la cosa non va. Può darsi che sono a fare la spesa, che sto parlando con una persona, che sto scrivendo, ecc., ecc. Cioè, non è in qualsiasi ora del giorno posso farmi arrivare delle telefonate. Per altro, come ho detto tante volte, ammesso che si possa dare un aiuto, questo lo permette soltanto il colloquio di presenza.
Come dicevo, ho fatto informazione, ma ciò che avrei voluto anche fare, era provare a dare un aiuto. Fare congressi, incontri, conferenze, ecc., mi piace e mi stimola, ma non mi basta. Ciò va a morire se non è affiancato da cose concrete e più importanti.
Mi riferisco, fra le altre cose, a provare ad aprire una struttura. Ovviamente, per riuscire in ciò, occorre chiedere dei finanziamenti, e sappiamo bene che non solo questi non vengono facilmente concessi ma che nel campo in cui ci muoviamo ci metterebbero contro tutti gli impedimenti, perché si andrebbe contro gli interessi di chi dovrebbe finanziare. Ciò non lo dico per "mettere il carro avanti ai buoi", lo dico perché credo sia opportuno si sappia a quali difficoltà si va incontro. Se non si prova in qualcosa, non si riuscirà mai.
"Noi" non ci abbiamo neanche provato, ed è anche per questo che da tempo mi son tirato fuori (ammesso che ci sia mai stato dentro...) dal movimento antipsichiatrico.
Ed è per questo che il "sottotitolo" di questo post è "L'ultimo canto del cigno".

Io sarei ancora disposto (con riserve su certi modi di fare e su persone) a provare ad avviare una qualche struttura, ma anche qui ci vado coi piedi di piombo. Mi spiego. Io non ho soldi, non ho un lavoro e non ho nessuna fonte di guadagno. Per cui, avventurarmi in una cosa che comporterebbe il fare domande su domande, parlare con questo e quella, sbattersi, ecc., ecc., per poi ritrovarmi a fare gratis il volontario, non esiste. Se io avessi un'entrata anche di 800 euro al mese, non avrei nessun problema a fare il volontario da mattina a sera, ma per come mi trovo adesso non lo faccio nemmeno per un minuto. Comprendo che chi ha una qualche entrata non capisce bene certi discorsi e certi agiti (così come, anche se fa antipsichiatria, non li capisce chi non è mai stato psichiatrizzato/a), ma non ci si può sacrificare per andare sempre più a fondo economicamente.

Detto ciò, il discorso per me è chiuso. Se mi andrà, continuerò a scrivere su questo blog e a postare notizie, e se qualche persona vuole colloquiare faccia a faccia con me, lo farò (nel mio "studio" e a "pagamento"...).

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