14 maggio 2012

Il cervello non sente dolore

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Il cervello non ha i recettori del dolore, per cui quando una persona subisce un danno, una lesione, ecc., al cervello da parte di qualsiasi cosa (un insulto chimico, un veleno, un taglio, una perforazione, ecc.), non sente nessun dolore. Se un veleno, un acido, un agente tossico arriva agli occhi, sulla pelle, nello stomaco, in noi vi è una reazione immediata e forte, mentre psichiatri e psichiatre con gli psicofarmaci vanno tranquilli. Questi ultimi possono provocare, ad esempio, mal di testa come campanello d'allarme, però il punto principale è un altro. Se una sostanza messa, ad esempio, nell'occhio, provoca bruciore, dolore, annebbiamento o altro, una persona da subito non la mette più nell'occhio. Col cervello il discorso è completamente diverso, poiché gli effetti dannosi dei veleni chimici ci sono, però la persona, anche perché non sente dolore nel cervello, nell'organo che subisce l'insulto, non collega lo psicofarmaco agli effetti nefasti di questo. Oltre modo, sono lì tutti lesti a dire, psichiatri in testa, che quegli effetti non sono provocati dagli psicofarmaci, che sono sintomi delle presunte patologie, che gli psicofarmaci fanno bene, e che se uno non li avesse presi starebbe ancora peggio. Purtroppo, quando si è sotto l'effetto degli psicofarmaci, si crede facilmente a ciò, e se capita che uno non ci crede, non ha la forza di volontà per opporsi agli aguzzini che lo uccidono lentamente.
 

13 maggio 2012

Uno su cinquantamila

Uno su cinquantamila è, secondo me,  il numero delle persone che riescono a sopravvivere ai devastanti interventi della psichiatria, delle persone che ci definiamo e veniamo definite sopravvissuti, survivors. Sopravvissute nel senso che ci siamo riappropriate della nostra vita, del nostro pensiero, della nostra autonomia, della nostra capacità decisionale, della gestione della nostra esistenza, che non siamo divenuti/e delle larve perenni.

Gianni Morandi non è certo un cantante che rientra fra i miei preferiti, però devo riconoscere che una sua canzone è ben strutturata come testo e che il suo significato e messaggio mi son sempre piaciuti. Parlo della canzone "Uno su mille". La differenza fra le persone psichiatrizzate, i survivors e le altre persone, è che le altre persone quando ce la fanno "sono sulla cresta dell'onda", mentre noi survivors per arrivarci, dobbiamo ancora affrontare una salita ancor più dura. A noi cioè per arrivare sulla cresta dell'onda occorre una doppia salita. La prima per farci uscire dalla condizione in cui ci hanno precipitato psichiatri e psicofarmaci e la seconda per arrivare in vetta. Ovviamente, basta già riuscire nella prima risalita per essere ampiamente appagati e soddisfatti di ciò che si è riusciti a fare. Per altro, anche possedendo le migliori capacità, ad un survivor della psichiatria non viene di certo consentito di arrivare a certe vette. Ad esempio, anche se le persone dentro di loro riconoscono che il libro di un survivor vale centomila volte il libro di un altro scrittore, opteranno per portare sugli allori quest'ultimo, mica fanno "vincere" un survivor della psichiatria. Io, naturalmente, continuerò a provarci, ma so che ormai è fuori dalla mia portata diventare come un Pasolini o un Bukowski (solo per citarne un paio), e non certo per mancanza di capacità.

Non posso che auspicare che il numero dei e delle survivors aumenti sempre più, che si arrivi ad uno su mille, a uno su cento, a uno su dieci, a...
Forza ragazze e ragazzi, forza uomini e donne!

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Se sei a terra non strisciare mai
se ti diranno sei finito
non ci credere
devi contare solo su di te
uno su mille ce la fa
ma quanto è dura la salita
in gioco c'è la vita
il passato non potrà
tornare uguale mai
forse meglio perché no tu che ne sai
non hai mai creduto in me
ma dovrai cambiare idea
la vita è come la marea
ti porta in secca o in alto mare
com'è la luna va.

Non ho barato né bluffato mai
e questa sera ho messo a nudo la mia anima
ho perso tutto ma ho ritrovato me
uno su mille ce la fa
ma quanto è dura la salita
in gioco c'è la vita
tu non sai che peso ha
questa musica leggera
ti ci innamori e vivi
ma ci puoi morire quand'è sera
io di voce ce ne avrei
ma non per gridare aiuto
nemmeno tu mi hai mai sentito
mi son tenuto il mio segreto
tu sorda e io ero muto
se sei a terra non strisciare mai
se ti diranno
sei finito non ci credere
finché non suona la campana vai

23 aprile 2012

Storia di Natale: quando la psichiatria forzata fa male

Pubblico un articolo di un giornale di qualche anno fa, trascrivendo dal messaggio a suo tempo inviato.
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Oggi, 19 giugno 2007, nel quotidiano "La Sicilia" di Catania, a pagina 36, all'interno della rubrica "Omnibus", vi è un articolo che parla di me, della mia storia e del mio libro.
Giovedì scorso, intorno alle 18,30, è venuta alla libreria Gramigna, prima che iniziasse la presentazione del libro, un'inviata del quotidiano "La Sicilia". Mi ha intervistato per circa mezzora, e dopo ha pure intervistato, fino alle 19,15, ora d'inizio della presentazione, Giuseppe Bucalo e Luigi Anile, le due persone che hanno presentato il mio libro.
L'articolo è corredato da una foto con Giuseppe Bucalo, Luigi Anile e me.
L'articolo è della giornalista Elena Orlando, una bella ragazza che avrà al massimo 25 anni. Elena si è intrattenuta fino alla fine della presentazione del libro, cioè fino alle 21,30 circa.
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Storia di Natale: quando la psichiatria forzata fa male
Natale Adornetto è nato e vive a Catania. Ha 43 anni, una laurea in psicologia, presa a Padova nel 2002, e purtroppo non è il solo a non aver ancora trovato un'occupazione in quella bolgia infernale che si chiama mondo del lavoro. Viso buono, espressione genuina e schietta. Un'infanzia felice, trascorsa con gli amici del suo quartiere, a giocare a Tarzan, costruendo capanne. Una giovinezza come tante e poi, ad un tratto, nella sua vita, un grossissimo buco nero, di quelli che fanno paura e suscitano un profondo senso di smarrimento. Nella vita di Natale, qualcosa non va come dovrebbe. Inspiegabilmente si sente perseguitato dal demonio. Da solo o in mezzo alla gente, fissa una luce e improvvisamente gli scatta dentro la paura. A volte fugge, a volte lancia personalissime sfide al suo ipotetico e mefistolico interlocutore. Dal giugno del '96 al marzo del '97, Natale, a causa di questi comportamenti, che denotano "alterazioni psichiche", è costretto a subire, malgrado la sua volontà, ben sette T.S.O. (Trattamenti Sanitari Obbligatori). (Ndr. Qui c'è un'inesattezza della giornalista. I sette TSO mi sono stati fatti in un periodo molto più lungo, fatto di anni). E' l'inizio dell'incubo. Le prigionie durano dai 7 ai 14 giorni. Natale viene imbottito di psicofarmaci, gli effetti sono devastanti. La sua vita si ferma. Abbandona l'università, non esce più di casa, sta tutto il giorno a letto e, a stento, si alza solo per mangiare nelle ore comandate del pranzo e della cena. Nessuna vita sociale, del tutto inesistente quella affettiva. Le sue membra sono sempre più fiacche, le ossa sono come rotte, l'anima langue. "Avevo un blocco emotivo, non riuscivo più a provare nessuna emozione. Soltanto dolore e sofferenza", racconta. Dall'ottobre del '96 all'ottobre 2002 (Ndr. Anche qui v'è un'inesattezza. Il periodo va dall'ottobre del '99 all'ottobre del 2006), l'eclissi perenne: sette lunghi anni fuori dal mondo. "Poi, per fortuna, con le poche energie che sono riuscito a risparmiare, mi sono ricostruito", spiega. E, come una crisalide che diventa farfalla, Natale da quel momento in poi, ricomincia a vedere attorno a sé la luce, ricomincia a vivere. Oggi, a distanza di più di un anno, Natale ha pubblicato un libro cominciato a scrivere nel luglio del 2002: "Vengo dalla piccola valle" (Edizioni Tracce), presentato l'altra sera alla libreria Gramigna di via S. Anna.
E' la narrazione intensa e catartica della sua vicenda esistenziale e del suo drammatico rapporto con i medici psichiatri. "Avevo bisogno di tirar fuori l'incubo che avevo vissuto. Gli psichiatri ti possono distruggere, si impadroniscono di te e, per sanarti un piccolo taglio al dito, ti staccano un braccio intero", dice oggi Natale, con una serenità ritrovata. E aggiunge: "Mi rivolgo soprattutto ai giovani e a quanti hanno in famiglia questi problemi: state molto attenti, quei farmaci ti tolgono la facoltà di pensiero", afferma con forza. Non usa giri di parole Giuseppe Bucalo, presidente dell'associazione "Penelope" e fondatore del "Telefono Viola-Sicilia", impegnato da circa 20 anni in una campagna d'informazione che si batte contro i trattamenti psichiatrici coatti e per la libertà di scelta dei pazienti. "Purtroppo non esiste nessuna corrispondenza tra il vissuto interiore del soggetto interessato e gli interventi applicati. Nessuna forma di disagio può mai essere ingabbiata in una diagnosi". Dati alla mano, l'avv. Luigi Anile, coordinatore del Tribunale per i diritti del malato di Catania, ricorda che "l'art. 34, comma 4 della legge 883 del '78, che prevede il ricovero in ospedale di chi si trova con alterazioni psichiche tali da richiedere urgenti interventi terapeutici che non vengono accettati dall'infermo, va riformata a tutela dei diritti del malato. "Per qualsiasi forma di cura, il consenso del paziente resta fondamentale".

20 aprile 2012

La luce azzurra delle stelle

Quella che leggerete è una poesia che ho spedito tempo fa a dei concorsi di poesia. Chiunque abbia letto la poesia, mi ha sempre detto che avrei vinto io il primo premio del concorso... ma finora non sono stato neanche segnalato... Ma prima o poi ;-)

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LA LUCE AZZURRA DELLE STELLE

Passeggio sulle foglioline delle
cime fiorite più alte degli alberi,
con tocco lieve, per non turbarle.
L'olezzo dei fragranti e teneri fiori
da poco sbocciati allieta i miei
sensi e permea il mio essere.

...e divengo pure io
fiore appena sbocciato...

Posso allora, leggero, lasciarmi
andare per ondeggiare nell'aria.
Ed è così, fresco e profumato
fiore or ora sorto dal robusto
e scalpitante bocciolo, che,
zampillando energie e canti,
plano sul cristallino ruscello,
e sulla sua zuccherina acqua,
di cui assaporo rapito la dolcezza,
scivolo sospinto dalla tiepida
ed accarezzante brezza.

Le fate, le sirene e le ninfe,
vedendomi scorrere fra loro,
dispiegano e rendono festoso
il mio cuore irradiandomi coi
loro stupendi e deliziosi
sorrisi suadenti e lo fanno
appassionare e brillare
colpendomi con prolungati
sguardi dei loro splendenti
e fascinosi occhi sorridenti.

...e io divengo cielo e sole,
e arcobaleno e mare...

So perciò che adesso potrò
avere la mia quiete e il mio
ristoro. Stanotte infatti - dopo
un'avventurosa, appagante e
reale giornata come questa -
dormirò su folti, alti e soffici
prati di multiformi e variopinti
petali fosforescenti e come luminosi
segnalatori indicanti i sentieri da
percorrere e i luoghi ove giungere,
avrò, rimanendone per sempre
impregnato e compenetrato,
la luce azzurra delle stelle.

15 aprile 2012

Fianco a fianco e spalla a spalla


Le persone fra di loro assumono tutte ma proprio tutte le posizioni tranne l’unica Posizione Naturale, che è quella Fianco a Fianco, Spalla a Spalla. Ed è questo ciò che ogni singola persona dovrebbe fare con tutte le altre persone del mondo. Camminando Fianco a Fianco, Spalla a Spalla, il Cammino diventerebbe molto più celere e l’Umanità farebbe in dieci anni lo stesso percorso che l’attuale umanità può fare solamente impiegando un miliardo di anni. Noi ci ostacoliamo a vicenda, ci tratteniamo l’un l’altro, ci mettiamo i bastoni fra le ruote, facciamo ostruzionismo perenne, e se vediamo qualcuno scappare per pazzo, scappare come un pazzo dalla mischia per poter finalmente camminare e anche correre, noi lo inseguiamo per catturarlo e rigettarlo nella mischia. L’unico modo per percorrere il proprio cammino è quello di tenersi fuori dalla mischia, di qualunque genere essa sia, in quanto se una persona crede in se stessa e in ciò che fa, non ha nessun bisogno del riconoscimento e dell’approvazione del suo prossimo.

"Vengo dalla piccola valle" - Natale Adornetto

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12 aprile 2012

Importantissimo scritto sulla contenzione

Trascrivo - preceduto da un abstract - da un documento (alla fine c'è il link del pdf, così chi vuole può scaricarlo) delle importantissime considerazioni - piene di dati - sulla contenzione meccanica in psichiatria.

Abstract: Soprattutto le contenzioni meccaniche tramite cinghie sono note nella letteratura scientifica per le considerevoli conseguenze negative che esse comportamo. In presenza di questo tipo di contenzione meccanica si osserva in genere un peggioramento dei disturbi psichici quali turbe comportamentali, come pure un aumento delle lesioni di grave entità dovute a cadute. Altre possibili conseguenze somatiche, spesso citate nella letteratura, sono stress, trombosi, embolie, contusioni, lesioni ai nervi, ischemie, e perfino strozzature e morte improvvisa per sincope cardiaca. Come ha sottolineato la dott.ssa Andrea Berzlanovich, medico legale austriaco, nella sua relazione su Todesfälle durch mechanische Fixierung (Decessi dovuti a contenzione meccanica tramite cinghie), presentata a un simposio berlinese sulla riduzione delle contenzioni meccaniche nell’ottobre 2009 – una indagine medico-legale di lungo periodo svolta a Monaco di Baviera sui decessi di persone che, al momento della morte, erano contenute tramite cinghie –, ha evidenziato che in 32 su 37 dei casi presi in esame la contenzione è risultata la causa scatenante del decesso. È quindi evidente che ci si debba interrogare a fondo se un rimedio che può avere siffatte conseguenze sia compatibile con la dignità umana.

 http://gentedelnovecento.ilcannocchiale.it/mediamanager/sys.user/26134/opg_aversa_letti_di_contenzione.jpg

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Matthias B. Lauer

Fra dignità umana e “assenza di alternative”

Le contenzioni meccaniche in psichiatria al centro del dibattito sui diritti dei malati

Dal 1991 il cosiddetto Unterbringungsgesetz (UbG – Legge sui ricoveri in strutture psichiatriche) disciplina il ricovero dei pazienti nelle strutture di degenza psichiatrica austriache. Stando alle intenzioni del legislatore, con l’entrata in vigore della legge il ricorso alle restrizioni poste alla libertà di movimento dei pazienti avrebbe dovuto costituire soltanto una ultima ratio. L’ideazione del testo di legge e il suo iter di approvazione si inserivano idealmente in quel movimento di risveglio sociale teso a perseguire una profonda riforma giuridica all’insegna dell’estensione degli spazi di libertà personali e delle possibilità democratiche. Grazie ai molteplici sforzi compiuti in quegli anni – anche dai rappresentanti del mondo psichiatrico –, le strutture di degenza, fino ad allora chiuse verso l’esterno e organizzate sul piano interno in modo da segregare, talora a vita, molte persone, furono messe sempre più in discussione e infine aperte. L’intento di fondo della legge si desume dal § 1, 1° comma, là dove si enuncia che essa serve in particolare a tutelare i diritti della persona dei “malati mentali” e impegna tutti gli attori in ambito psichiatrico a rispettare e difendere in ogni situazione la dignità umana dei pazienti.
Già in occasione dei primi confronti e scontri con la psichiatria manicomiale, il criterio della tutela della dignità umana fece emergere come particolarmente critica una prassi invalsa nei manicomi: l’uso di restrizioni meccaniche alla libertà di movimento, ossia la contenzione dei pazienti tramite cinghie fissate a polsi, caviglie e torace, tramite l’ancoramento di tavoli terapeutici alle sedute e tramite il confinamento in letti con sponde fisse di contenimento o circondati da un’alta rete.
Per quanto riguarda le contenzioni meccaniche, il § 33 stabilisce i criteri in base ai Fra dignità umana e “assenza di alternative” quali esse – come detto, in quanto ultima ratio – potranno essere utilizzate legittimamente in futuro. Secondo il testo di legge, questo tipo di contenzioni sono ammesse solo nel caso in cui esse servono a evitare un pericolo serio e rilevante, vale a dire quando la situazione è equiparabile a un diretto grave pericolo per l’integrità fisica e la vita, e si situa nell’immediata vicinanza temporale con un disturbo psicotico o psichico assimilabile alla psicosi. Oltre a ciò, le contenzioni meccaniche sono ammissibili solo se, al tempo stesso, si ritengono “indispensabili” per la cura l’assistenza medica e si dimostrano, sotto questo punto di vista, adeguate. Inoltre il ricorso ad esse deve essere prescritto e motivato dal medico, documentato e comunicato alla PatientInnenanwaltschaft, ossia all’ente deputato alla tutela dei diritti del malato. La legge fissa dunque parametri severi in base ai quali si possa ritenere legittimo l’uso di contenzioni meccaniche. Il testo di legge mira a creare condizioni giuridiche e fattuali in cui si eviti, nei limiti del possibile, l’uso di contenzioni.
“Indispensabilità” e “adeguatezza” in questo contesto significano che, in qualsiasi situazione, si può ricorrere soltanto al rimedio che, tenuto conto dell’integrità fisica e del benessere di un paziente, sia il “più blando”. Ne consegue che, laddove esistono rimedi “più blandi” della contenzione meccanica per assicurare la prevenzione del pericolo e l’assistenza e cura (le quali comunque devono, a loro volta, servire a prevenire i pericoli), il ricorso a siffatte misure non è legittimo. È questo il principio della “sussidiarietà”, cruciale per l’UbG.
Oltre a ciò, secondo il testo di legge, l’uso di una contenzione meccanica è legittimo solo se serve effettivamente a contrastare un grave pericolo immediato per il paziente e non, ad esempio, a disciplinare il medesimo o a facilitarne l’assistenza. Ma anche in tal caso il ricorso ad essa è giustificato soltanto se la contenzione è il rimedio “più blando”. Un rimedio è da giudicarsi il “più blando” quando le possibili alternative sono state preventivamente escluse “a ragion veduta”. Tuttavia ora, secondo quanto stabilito dalla Corte Suprema con sentenza AZ 2 Ob 2100/96, le possibili alternative, momentaneamente non disponibili, devono essere create per poter mettere in atto rimedi “più blandi”. E la creazione di possibili alternative non deve fallire per carenza di risorse finanziarie da parte della struttura ospedaliera o del suo soggetto giuridico – una dichiarazione di ampia portata in tempi di dibattito su una pianificazione “più mirata” delle risorse e su dotazioni finanziarie e di personale “non indispensabili” nel settore sanitario.
Soprattutto le contenzioni meccaniche tramite cinghie sono note nella letteratura scientifica per le considerevoli conseguenze negative che esse comportano. In presenza di questo tipo di contenzione meccanica si osserva in genere un peggioramento dei disturbi psichici quali turbe comportamentali, come pure un aumento delle lesioni di grave entità dovute a cadute. Altre possibili conseguenze
somatiche, spesso citate nella letteratura, sono stress, trombosi, embolie, contusioni, lesioni ai nervi, ischemie, e perfino strozzature e morte improvvisa per sincope cardiaca. Come ha sottolineato la dott.ssa Andrea Berzlanovich, medico legale austriaco, nella sua relazione su Todesfälle durch mechanische Fixierung (Decessi dovuti a contenzione meccanica tramite cinghie), presentata a un simposio berlinese sulla riduzione delle contenzioni meccaniche nell’ottobre 2009 – una indagine medico-legale di lungo periodo svolta a Monaco di Baviera sui decessi di persone che, al momento della morte, erano contenute tramite cinghie –, ha evidenziato che in 32 su 37 dei casi presi in esame la contenzione è risultata la causa scatenante del decesso. È quindi evidente che ci si debba interrogare a fondo se un rimedio che può avere siffatte conseguenze sia compatibile con la dignità umana. È sufficiente prendere in esame le cifre relative a contenzione meccanica tramite cinghie e confinamento in letti con sponde di contenimento nelle strutture di degenza psichiatrica tirolesi per rendersi conto che tali strumenti vengono usati in misura massiccia soprattutto nei confronti di un dato gruppo di pazienti: persone anziane, persone con diagnosi di demenza e persone ricoverate in reparti di gerontopsichiatria. Nei reparti per casi acuti dell’Ospedale Psichiatrico di Hall in Tirol, ad esempio, nel 2008 il 23 per cento dei pazienti ricoverati dopo l’entrata in vigore dell’UbG è risultato soggetto a contenzioni meccaniche, laddove nei reparti gerontopsichiatrici tale quota saliva addirittura al 65,6 per cento. Per il 2009 le statistiche della PatientInnenanwaltschaft hanno invero registrato un notevole calo del ricorso a queste misure nei reparti per acuti, dove la quota è scesa quasi al 19 per cento, ma un suo considerevole aumento – 74,6 per cento – è stato registrato nei reparti gerontopsichiatrici.
Per giustificare l’uso delle contenzioni nel caso di pazienti anziani colpiti da demenza, si adduce spesso il motivo che esse sono l’unico modo per limitare il rischio di cadute. Come ha spiegato la specialista di scienze infermieristiche Doris Bredtauer nel 2009 nel presentare il convegno organizzato al termine del progetto ReduFix, mirante alla riduzione delle contenzioni meccaniche, non esiste studio a livello mondiale che attesti che tali misure abbiano un effetto positivo nel limitare il rischio di cadute. Anzi, secondo i rilievi del gruppo di lavoro di Graz diretto da Daniela Bachner, che nel 2009 ha elaborato le prime linee guida fondate sull’evidenza scientifica in fatto di prevenzione delle cadute nei degenti ospedalieri anziani e meno anziani, risulta ormai scientificamente provato che le contenzioni meccaniche tramite cinghie non sono uno strumento idoneo per prevenire le cadute. A essere raccomandati sono invece le strumentazioni per chiarire le cause di siffatte cadute, la riduzione dei sedativi, condizioni ambientali migliori e più sicure e ausili tecnici utili come letti bassi e protettori d’anca. 
Inoltre, le esperienze con modelli di assistenza e comunicazione innovativi evidenziano che, grazie a una diversa prassi assistenziale e a una maggiore comprensione delle esigenze dei pazienti oltre che a una maggiore attenzione ad esse, è indubbiamente possibile ridurre al minimo l’uso delle contenzioni meccaniche in pazienti affetti da demenza. Basti pensare, ad esempio, al “modello psicobiografico” di Erwin Böhm, al metodo “Validation” messo a punto da Naomi Feil o alla “validazione integrativa” ideata da Nicole Richard, alla riabilitazione motoria e alla terapia di orientamento alla realtà per i pazienti, nonché al modello “descalation” per gli assistenti geriatrici.
Tali esperienze hanno infine evidenziato che il mancato ricorso a contenzioni meccaniche tramite cinghie e barriere di sicurezza quali letti con sponde di contenimento non ha comportato un aumento delle lesioni dovute a cadute, anche quando si è rinunciato a “sedare” i pazienti mediante somministrazione di farmaci.
Il progetto “Heiminterne Tagesbetreuung” (HIT – Assistenza quotidiana in strutture di degenza) a Monaco di Baviera ha conseguito, stando ai dati riportati nello studio di Wolfgang Gmür, una riduzione delle contenzioni meccaniche durante gli orari di assistenza pari quasi al 63 per cento e, al tempo stesso, una riduzione degli psicofarmaci pari quasi al 58 per cento. E ciò a fronte di un’utenza composta da pazienti che, sotto il profilo psichiatrico, erano affetti per il 30 per cento circa da demenza grave, per il 16,4 per cento da depressione, per il 6,6 per cento da psicosindrome cerebro-organica e per l’1,7 per cento da psicosi. Un’utenza che, quindi, non si differenzia sostanzialmente da quella dei reparti gerontopsichiatrici. Anche da un confronto internazionale emerge che, come stabilito dalla Deutsche Bundeskonferenz zur Qualitätssicherung im Gesundheits- und Pflegewesen (BUKO-QS – Conferenza federale tedesca sulla garanzia di qualità nel settore sanitario e assistenziale) per il “Livello di qualità 1 mobilità e sicurezza”, dagli anni novanta del Novecento si è giunti alla conclusione che, mediante programmi speciali, è possibile ridurre le contenzioni meccaniche senza registrare un aumento delle lesioni.
Quanto all’adeguatezza, ossia a quel parametro che consentirebbe l’uso delle contenzioni meccaniche, si pone spesso il problema che da parte dei medici che prescrivono l’uso delle cinghie, tale rimedio è giudicato “necessario” semplicemente perché, ai loro occhi, non esistono altre alternative. Riallacciandosi alle citate evidenze ed esperienze scientifiche, si può tuttavia asserire che esistono numerose alternative alle contenzioni meccaniche e che tali strumenti andrebbero pertanto evitati.
La legge sui ricoveri in strutture psichiatriche ha istituito in Austria la Patient­ Innenanwaltschaft, ossia l’ente deputato alla tutela dei diritti del malato, il cui compito precipuo è sostenere i pazienti psichiatrici nella difesa dei propri diritti rafforzandone la posizione. L’ente rappresenta nei confronti dell’ospedale e del tribunale i pazienti la cui libertà di movimento viene limitata. Di là dalle singole cause seguite, l’ente ha il compito di richiamare l’attenzione sui problemi esistenti in fatto di gestione della libertà e dignità dei pazienti e di indicare possibili alternative alle contenzioni meccaniche. Secondo la PatientInnenanwaltschaft, il ricorso a siffatte misure va evitato potenziando l’assistenza e la cura erogate ai pazienti che, in caso di bisogno, vanno portate a un rapporto di 1:1. In linea generale, ai fini di un ricovero, l’ospedale o la struttura di degenza psichiatrica hanno il dovere di garantire, a livello di personale oltre che sul piano concettuale, organizzativo e strutturale, l’esistenza di numerose possibilità di intervento, graduate per ordine di intensità.
Per riuscire a ridurre al massimo le contenzioni meccaniche serve soprattutto una cosa: più risorse, ossia più personale, migliori specializzazioni, più tempo e più mezzi. Il succitato principio di sussidiarietà significa, in termini positivi, che le strutture di degenza psichiatriche sono tenute a mettere a disposizione, o a procurarsi, risorse sufficienti che consentano di rinunciare a misure tese a limitare la libertà in generale e alle contenzioni meccaniche in particolare. Da ultimo, la questione decisiva, vale a dire se si voglia continuare a tollerare condizioni in cui, nonostante l’esistenza di possibili alternative, si interviene nell’integrità personale degli esseri umani, va posta non solo agli operatori dei reparti di degenza psichiatrica, ma anche ai soggetti giuridici che finanziano tali strutture e ai responsabili politici.


11 aprile 2012

Meraviglioso

Con questo post voglio provare a fugare dei dubbi riguardo determinati punti. Ciò che ho attraversato, ciò che mi è stato fatto, porta spesso, quasi sempre, tante persone a pensare che io sia triste, demoralizzato, e altro ancora. Ciò viene anche "viziato", suppongo, da qualche mio modo di pormi in relazione.
Ora, anche se è sì vero che un certa "stanchezza" lieve mi accompagna sempre e che ogni tanto si acuisce, il volano principale della mia vita e dei messaggi che provo a veicolare è ben diverso. E credo che niente meglio di questa canzone (il video è giù), delle sue parole, possa esprimere ciò.
Non abbattetevi, non lasciatevi andare, non rassegnatevi, non datevi per vinti/e, non gettate la spugna, non alzate bandiera bianca, mai. Se proprio non ci dovesse essere altro, c'è sempre questo meraviglioso mondo - il sole, il mare, i fiori... E non è mica poco, è tantissimo, è il massimo. Lottate sempre per non farvi togliere i piaceri che queste cose profondono in noi.
Vivere è bello, è meraviglioso.

http://www.paid2write.org/images_articles/6/1/2/4/PPSY6249/cascate_iguazu.jpg 

07 aprile 2012

Guai a voi, scribi e farisei ipocriti!

Non è certo per caso né "fuori luogo" che riporto qui, in questo mio antipsichiatrico blog, dei passi del vangelo di Matteo. Ciò che leggerete è totalmente attinente, basta fare alcuni piccoli mutatis mutandis. E vi consiglio vivamente di non perdere (il video è giù) la magistrale interpretazione di "guai a voi!" nel film Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini.


14Guai a voi, scribi e farisei ipocriti! Perché divorate le case delle vedove e per pretesto fate lunghe preghiere; per questo subirete una condanna piú severa.
 15Guai a voi, scribi e farisei ipocriti! Perché scorrete il mare e la terra, per fare un proselito e, quando lo è diventato, ne fate un figlio della Geenna il doppio di voi.
 16Guai a voi, guide cieche, che dite: "se uno ha giurato per il tempio, non è nulla; ma se ha giurato per l'oro del tempio è obbligato".
 17Stolti e ciechi! Perché, cosa è piú grande, l'oro o il tempio che santifica l'oro?
 18"E: se uno ha giurato per l'altare, non è nulla; ma se ha giurato per l'offerta che vi è sopra è obbligato".
 19Stolti e ciechi! Poiché, cosa è piú grande, l'offerta o l'altare che santifica l'offerta?
 20Chi dunque giura per l'altare, giura per esso e per quanto vi è sopra.
 21Chi giura per il tempio, giura per esso e per colui che l'abita.
 22E chi giura per il cielo, giura per il trono di Dio e per colui che vi è assiso.
 23Guai a voi, scribi e farisei ipocriti! Perché calcolate la decima della menta dell'aneto e del comino, e trascurate le cose piú importanti della legge: il giudizio, la misericordia e la fede, queste cose bisogna praticare senza trascurare le altre.
 24Guide cieche, che colate il moscerino e inghiottite il cammello.
 25Guai a voi, scribi e farisei ipocriti! Perché pulite l'esterno della coppa e del piatto, mentre l'interno è pieno di rapina e d'intemperanza.
 26Fariseo cieco! Pulisci prima l'interno della coppa e del piatto, affinché anche l'esterno sia pulito.
 27Guai a voi, scribi e farisei ipocriti! Perché rassomigliate a sepolcri imbiancati, i quali di fuori appaiono belli, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putredine.
 28Cosí anche voi di fuori apparite giusti davanti agli uomini, ma dentro siete pieni d'ipocrisia e d'iniquità.
 29Guai a voi, scribi e farisei ipocriti! Perché edificate i sepolcri dei profeti e ornate i monumenti dei giusti
 30e dite: "se noi fossimo vissuti al tempo dei nostri padri, non ci saremmo associati a loro nell'uccisione dei profeti
 31Cosí dicendo, voi testimoniate contro voi stessi, che siete figli di coloro che uccisero i profeti.
 32Voi superate la misura dei vostri padri!
 33Serpenti, razza di vipere! Come sfuggirete al giudizio della Geenna?