Documentazione, notizie e articoli antipsichiatrici inerenti l'operato psichiatrico. La psichiatra rende senza futuro le persone che psichiatrizza. Sta alle persone psichiatrizzate crearsi un futuro, riprendendosi la propria persona e la propria vita - Dottor Natale Adornetto, psicologo libero professionista

11 aprile 2014

Negate il consenso alla valutazione, screening, test, ecc., scolastici


Negate in forma scritta il consenso ad etichettare i vostri figli e le vostre figlie. Le valutazioni, ecc., e le etichettature vengono fatte da tanto tempo e continuano ad essere fatte senza consenso dei genitori e senza che questi ne vengano informati. Non accettate e non subite ciò. Attivatevi e scrivete (vedere immagine giù), protestate e denunciate. Gli scopi di questi screening sono adocchiare pazienti in erba a cui somministrare psicofarmaci e renderli pazienti a vita.

Dottor Natale Adornetto, psicologo libero professionista

Alcune pagine:

08 aprile 2014

Opuscolo informativo sull'antipsichiatria


N. B. L'opuscolo è lungo, ma leggerlo vale ampiamente la pena - Natale Adornetto

A N T I P S I C H IA T R I A

Opuscolo informativo sull'antipsichiatria

Perché questo opuscolo ?
A Firenze è nato il gruppo Violetta Van Gogh, un nome come un altro per vedersi e scambiare idee su come combattere l'impostura psichiatrica. Di fronte alla pretesa scientificità della psichiatria noi denunciamo l'arbitrarietà e la barbarie di strumenti come il trattamento sanitario obbligatorio (il T.S.O. è un sequestro di persona legalizzato che impone a chi lo subisce un bombardamento di farmaci deleteri per il fisico e per la psiche, in non pochi casi somministrati a persone legate al letto di contenzione) l'elettroshock e le puerili forme di rieducazione (nei centri di recupero) offensive della dignità della persona. Per non parlare del marchio infame e degradante che viene incollato addosso per sempre a chi subisce trattamenti psichiatrici. Vogliamo denunciare inoltre le responsabilità politiche che mantengono questo stato di cose per assecondare gli interessi delle multinazionali della terapia (industrie farmaceutiche, manualistica, università, scuole terapeutiche di vario tipo). L'industria dei rimedi contro la cosiddetta malattia mentale è tra le più fiorenti in Italia e nel mondo, ogni anno vengono messe in commercio gocce per dormire, pasticche per non piangere, pillole per sentirsi su: solo per il Tavor i medici italiani firmano ogni anno 17 milioni di ricette, l'elettroshock torna in auge e nelle nostre città non passa giorno senza che il sindaco non autorizzi un T.S.O. Nel momento in cui si fa tanto strepito per riportare il "malato di mente" alla "normalità", un aspetto importante viene a galla : cosa è questa "normalità"?
Proviamo ad ascoltare i discorsi normali della gente normale, ad esempio sugli autobus, o nelle file in ufficio o in altri luoghi di "normalità. Alcuni esempi : Gli zingari nascono ladri, è nella loro natura, non si piegano - Chi ha voglia di lavorare un posto lo trova sempre, basta adattarsi - I matrimoni durano se si sa sopportare - Bisogna sacrificarsi e alzarsi la mattina presto, se non si vuole perdere la giornata - Non c'è che dire, con la "normalità" si passa la maggioranza del tempo a piegarsi, adattarsi, sacrificarsi e sopportare. Il senso della vita e dell'essere si perde nel meccanismo/uomo, vero è proprio bulloncino di carne infinitesima parte che deve inserirsi, funzionare, girare, annullarsi come individualità unica e irripetibile nella mostruosa macchina sociale. Nel secolo diciannovesimo gli operai che si volevano ribellare al padrone gettavano i loro zoccoli di legno, in francese "sabot", negli ingranaggi delle macchine: era l'estrema difesa di gente costretta a lavorare per un progresso che gli si ritorceva contro. Oggi ci si piega piuttosto ai consumi, siamo costretti a comprare: espulsi dall'ingranaggio produttivo, ci viene chiesto di aiutare la crescita economica acquistando beni e servizi e, come si è visto, i servizi psichiatrici sono in piena espansione. A questo punto c'è da chiedersi : si può bloccare l'ingranaggio della psichiatria inserendo qua e là la ciabattina del ricoverato o lo zoccolo dell'infermiere ?
Mai come in questo momento la psichiatria viene usata a scopi che sono o apertamente politici o comunque funzionali al mantenimento di un certo ordine sociale (persecuzione degli oppositori: recentemente un ragazzo si è presentato al nostro gruppo per denunciare che, intenzionato ad aderire al movimento per lo sbattezzo organizzato dal circolo anarchico Papini di Fano (PS) è stato minacciato dal parroco, da cui era andato a richiedere la cancellazione dal registro parrocchiale come da regola del suddetto movimento, di essere sottoposto a T.S.O. se non avesse desistito dall'impresa. In altri tempi sarebbe stato approntato il rogo, oggi i nuovo inquisitori usano la chimica). In questo opuscolo tratteremo i temi inerenti agli psicofarmaci e alle multinazionali che stanno dietro ad esso, all'elettroshock e al trattamento sanitario obbligatorio riservandoci approfondimenti su altri argomenti di abuso psichiatrico per prossime pubblicazioni.
Dedichiamo questo opuscolo a Bea, suicidatasi all'ospedale psichiatrico fiorentino di Ponte Nuovo mentre era sotto l'effetto di un forte bombardamento farmacologico, al ragazzo ucraino che l'ha seguita pochi mesi dopo nello stesso modo e nello stesso luogo e a tutte le altre vittime degli abusi psichiatrici passati e futuri.
LA STORIA DELLA FOLLIA.
La storia della follia inizia nel momento in cui essa, all'interno di un contesto sociale viene riconosciuta e separata: fondamentalmente dunque coincide con la storia dell'internamento dei folli. L'accurata analisi che M. Foucault ha fatto del problema, lascia vedere come, nel rapporto ragione - non-ragione, come si delinea nel periodo che va dal XVI al XIX secolo, la follia si distacca dalla stessa "non-ragione" divenendo sempre di più il contenitore dell'emarginazione sociale. Ancora nell'età medievale, la follia aveva un aspetto di sacralità, in quanto era espressione di un rischio dell'uomo: segnalava un limite con cui la ragione doveva confrontarsi. Questo concetto durerà fino a tutto il XVI secolo. L'uomo risulta libero proprio perché riconosce questo rischio che deve affrontare. Sono le idee di Erasmo, la pittura di Bosch, le imprese di Don Chisciotte, attraverso le quali la follia esce in "piena luce", tanto che Charron può scrivere: "Essa [la follia] è un momento duro ma necessario nel lavorio della ragione; attraverso di essa, e persino nelle sue vittorie apparenti, la ragione si manifesta e trionfa" (Charron De la Sagesse, cit. in M. Foucault, Storia della follia nell'età classica, trad. it, Milano, Rizzoli 1976.) Nel XVII secolo, col trionfo della Riforma, si accentua ancor più l'opposizione tra bene e male, tra sano e malato. L'opera della Chiesa si concretizza nella costruzione di grandi case di internamento, destinate ad accogliere promiscuamente tutta la devianza sociale. Nel 1656 sorge a Parigi l'Hôpital Général, mentre in tutta Europa si costruiscono ricoveri ove vengono stipati "nemici del buon ordine, fannulloni, bugiardi, ubriaconi, impudichi" (ibid.). Nascono le case di lavoro di Amburgo e di Bristol, che non sono soltanto ospizi, ma devono rispondere a un modello di ordine mantenuto attraverso un sistema di premi e castighi secondo un criterio "psicopedagogico". Tanto che sul portale di una casa di internamento a Magonza si poteva leggere: "Se si è riusciti a sottomettere al giogo taluni animali feroci, non si deve disperare di correggere l'uomo che si è fuorviato" (J. Howard, État de Prison. Hôpitaux et Maisons de force, in Storia della follia, cit.). Ma soltanto nel XVIII secolo la follia tocca il punto estremo della sua segregazione. Diventa qualcosa da guardare, uno "spettacolo" cui poteva assistere a pagamento chiunque lo volesse. Ora essa è davvero isolata, internata, osservata e diventa un settore di indagine specifico con un proprio linguaggio. L'isolamento della follia rende possibile la sua medicalizzazione: iniziano in questo secolo le ricerche anatomiche sul cervello, nascono scuole di freniatria, si ipotizza la possibilità di cure. Tra il 1780 e il 1793 partono i provvedimenti per una grande riforma che sancisce la nascita dei manicomi: l'istituzione di case riservate agli insensati che resteranno pressoché invariati fino all'epoca moderna. Le riforme di Tuke a York, di Pinel a Parigi, danno inizio a una "scienza della follia" che però, già verso la metà dell'800, comincia a mostrare le sue lacune e lascia spazio a dubbi sulle possibilità terapeutiche dei manicomi. Il Positivismo del XIX secolo, con la sua fiducia nel progresso e nella produzione, fa emergere le profonde contraddizioni al suo interno. Mentre dilaga l'industria del capitale, i manicomi (Marx parlerà poi di "strutture ancillari") si rivelano luoghi di violenza e di rigido controllo in cui "una classe di psichiatri sempre più stabile e sempre più sfiduciata cercava di occultare piuttosto che di risolvere i problemi" (AA. VV., Tempo e catene, Milano, 1976). Gli strumenti di disciplina si sono perfezionati rispetto a quelli in uso solo pochi anni prima, senza che si siano modificati però i rapporti all'interno del manicomio. La scienza psichiatrica continua a osservare, classificare, premiare e punire non più ora con finalità terapeutiche, ma per il "buon funzionamento" dell'Istituzione. Questo atteggiamento rimarrà sostanzialmente fino al movimento antipsichiatrico che, partito dall'Inghilterra intorno agli anni '50, darà luogo a esperienze innovatrici come i gruppi terapeutici a Londra, le sperimentazioni di Gorizia e Reggio Emilia qui in Italia. Si cerca una nuova psichiatria lottando contro credenze e pregiudizi antichi. Si cerca di "puntare sui bisogni concreti della persona con la costante denuncia del carattere distruttivo e disumano della segregazione manicomiale o di qualunque altro genere" (G. Antonucci, Critica al giudizio psichiatrico, Roma 1993.) La denuncia dei movimenti antipsichiatrici pone un limite al processo di disumanizzazione del "folle" e in alcuni casi i suoi successi, negli effetti pratici, sono stati superiori a quelli della teoria psicanalitica. Il lavoro è ancora in corso ma ormai è stata segnata una svolta radicale nella storia della follia interpretata non più nell'ordine delle cose ma in quello delle relazioni umane.
TESTO DEL FUMETTO: "SORVEGLIARE O COMPATIRE !?”
Nel ‘600 mendicanti, vagabondi, girovaghi si vengono a trovare al bivio di un mondo in trasformazione... reietti in una terra dominata dall’aristocrazia medievale da un lato e sacrificati nel nuovo vorticoso scambio di merci, denaro, lavoro e manodopera delle prime élites capitaliste dall’altro...gli spiriti liberi e stravaganti sfuggono a poco a poco ai righi dell’inquisizione e salpano per nuovi lidi... Violetta è una di loro... un soggetto da sorvegliare...
...Nel ‘700 la necessità di organizzare e razionalizzare la società per il conseguimento del massimo rendimento economico porta la classe dirigente a creare manifatture, prigioni, ospizi, manicomi, case di detenzione lavorativo-assistenziali, workhouses...Violetta deve lavorare 16 ore al giorno ai nuovi telai costruiti dal padrone...devastata dalla fatica e dagli stenti viene rinchiusa e messa in catene...
Durante la Rivoluzione francese l’alienista Pinel «libera» dalle catene i folli e nuovi avanzati metodi di guarigione si affermano: sedie rotanti, gabbioncini, corsetti di forza, tiranti, vescicanti, sanguisughe, docce fredde... stiramenti... In seguito tutti i locchi, matocchi, tarlucchi, gangassati, magozzi, spiritati (questi i termini «scientifici» usati fino ad allora) grazie ai nuovi «scienziati» psichiatri si trasformano in sole 4 categorie: idioti, imbecilli, cretini e dementi... un «grande passo avanti» per l’umanità!
...Poi le categorie si affinano... si razionalizzano ulteriormente in: paranoici, schizofrenici, melanconici, maniaci, isterich(e)... tutto è aggiustato e classificato nel grande meccanismo fabbrica/società perfezionato a fine ‘800 dai vari Ford* e Kraepelin**, Taylor*** e Charcot****... Violetta deve montare 1000 bulloni al minuto per non perdere il ritmo, se cede e si ribella è colpa del suo utero isterico! *Ford - Industriale americano introdurrà nella fabbrica automobilistica la famigerata catena di montaggio, già in uso dal 1850 alla Studebaker (carri per pionieri), per migliorare nel 1907 i piani di lavoro della propria ditta.
**Kraepelin - Psichiatra tedesco inventore di una nuova forma di classificazione delle cosiddette «malattie mentali». ***Taylor - Ingegnere americano ideatore di un sistema di razionalizzazione della produzione industriale a scapito dell’operaio. ****Psichiatra francese che giunse a rinchiudere ben 8000 «isteriche» parigine alla Salpétriere e a mostrarle in pubblico durante i suoi esperimenti.
Gli anni passano... (male)... diverse centinaia di migliaia di individui considerati geneticamente tarati verranno soppressi o sterilizzati dai medici del III Reich... prima ancora che tocchi a ebrei, anarchici, zingari, comunisti, omosessuali, testimoni di Geova sono eliminati alcolizzati, epilettici, parkinsoniani, down, «malati di mente», ciechi, gobbi, storpi ecc....
VITA NON DEGNA DI ESSERE VISSUTA
Infatti nel ‘900 scoppiano conflitti spaventosi... muoiono milioni di persone... nei campi di sterminio si sperimentano tutti gli orrori possibili... mentre nell’Italietta fascista il medico romano Cerletti inventa l’elettroshock, in Portogallo il premio Nobel Moniz inizia a praticare la lobotomia e nei laboratori nazisti si sperimentano metadone e nuovo psicofarmaci di sintesi... Violetta è prelevata... dovrebbe finire su per il camino ma...
...Arrivano i «nostri»... liberata dalle armate alleate, al ritmo del Boogie Woogie corre verso l’american way of life...la felicità in pasticche... i sogni di plastica... un mondo di celluloide dove ai bambini si fanno ingurgitare pasticche fin dall’asilo... l’organismo imbolsito di Violetta è al limite ormai...
...I farmaci dopo anni di uso non fanno più effetto... ma Violetta trova un nuovo liberatore... A Pisa l’illustre psichiatra delle dive tivù Giovanni Battista Cassano la scuote con la corrente elettrica di modo che possa così un giorno tornare a lavorare per 400.000£ al mese sotto l’amorevole sguardo degli assistenti sociali...La società ha un nuovo invalido A.S.L. da compatire!
PSICOFARMACI
La psichiatria non è una scienza. Essa infatti non si occupa delle malattie del sistema nervoso, ma si illude di curare pseudomalattie di cui essa non conosce niente. In realtà è una forma di controllo nei confronti di chi questa società considera inadeguato. Perché per come stanno le cose oggi essere omosessuale, masturbarsi, ribellarsi al marito violento, non avere voglia di lavorare è vissuto come modo di essere che va contro l’ordine costituito. Un tempo il problema si risolveva chiudendo questi poveri emarginati della società all’interno di strutture come il manicomio. Ma in seguito la legge Basaglia ha proibito questo tipo di coercizione, in concomitanza con la possibilità di «sorvegliare e punire» attraverso l’introduzione di una nuova forma di controllo: gli psicofarmaci (ogni tipo di farmaco capace di agire sull’attività cerebrale e psichica di un individuo). Mai camicia di forza è stata più efficace di quella che agisce direttamente all’interno del cervello e che ti impedisce di vedere e vivere le contraddizioni... Mai forma di controllo si è rivelata più pratica e più economicamente redditizia. Detto questo non dovrebbe sorprendere che gli psichiatri, tanto zelanti nella campagna contro la legalizzazione delle droghe leggere, non lo siano altrettanto nell’informare l’utenza sui rischi dell’uso abuso degli psicofarmaci, che peraltro hanno lo stesso meccanismo d’azione. Che cosa volete che importi parlare di consenso informato (n.b. il paziente deve conoscere ogni possibile svantaggio delle terapie a cui viene sottoposto in modo da poter scegliere se intraprendere o meno un determinato trattamento. Se il medico non informa di un possibile rischio è perseguibile per legge) quando si tratta con persone ormai incapaci di intendere e di volere? Che volete che senso abbia un concetto così astratto come il rispetto per la sofferenza altrui in una società in cui vige la legge del profitto e del consumo?
Gli psicofarmaci si dividono in tre categorie: ansiolitici e ipnoinducenti, antidepressivi, neurolettici.
ANSIOLITICI
Quelli attualmente usati sono le benzodiazepine: Frisium, Transene, En, Librium, Psicofar, Reliberan, Serenvita, Madar, Ansiolin, Valium, Noan, Tranquirit, Eridan, Nobrium, Prazene, Roipnol, ad eliminazione lenta - Control, Lorans, Quavit, Tavor, Minias, Qualibrex, Serpax, Lexotan, Lendormin, Depas, Halcion, ecc., ad eliminazione veloce. Sono indicate contro: ansia, insonnia, crisi convulsive, spasmi muscolari. Agiscono potenziando l’effetto di un neurotrasmettitore, il GABA, normalmente presente nel nostro cervello, che inibisce i neuroni rendendoli più refrattari agli stimoli. Pure l’alcol etilico e i barbiturici questo livello. Effetti collaterali: alterazione degli aspetti cognitivi, reversibile con la sospensione del trattamento. Dipendenza. Altri effetti indesiderati: sedazione, diminuzione della performance psicomotoria, rari stati confusionali, atassia (difficoltà nella coordinazione dei movimenti), affetti paradossali come insonnia, ansia ecc. Intossicazione da benzodiazepine: ha effetti simili all’intossicazione da alcol etilico. Non si muore mai di intossicazione da benzodiazepine, al contrario di quanto può avvenire coi barbiturici, che hanno un meccanismo d’azione simile, ma sono molto più potenti e vengono attualmente usati per la prevenzione e la cura dell’epilessia.
ANTIDEPRESSIVI
Agiscono aumentando i livelli di serotonina, un’altro neurotrasmettitore, carente nella depressione. Ne esistono di tre generazioni: a) inibitori delle monoaminossidasi: sono ormai usati pochissimo perché molto tossici (hanno effetti collaterali gravissimi che possono portare anche alla morte). Sono usati solo in caso di refrattarietà alla terapia con le altre classi di antidepressivi. In Italia è in commercio il Parmodalin b) triciclici: si usano soprattutto nelle depressioni medie e gravi. Aumentano i livelli di serotonina e noradrenalina. Elevano il tono dell’umore e possono avere effetto ansiolitico o stimolante. Sono oggi negli Stati Uniti la principale causa di morte per overdose da farmaci a scopo suicida. Richiedono 10-20 giorni per ottenere effetto. I principali in commercio sono: Laroxil, Anafranil, Protiaden, Tofranil, Noritren. Effetti collaterali: compaiono prima degli effetti desiderati e sono dovuti quasi tutti al fatto che questi farmaci agiscono anche bloccando l’effetto di un’altro neurotrasmettitore, l’acetilcolina, importantissimo non solo per le funzioni cerebrali, ma anche per la regolazione dei sistemi cardiocircolatorio, urinario, intestinale ecc. Sono: stitichezza fino al blocco intestinale, riduzione della salivazione, midriasi (pupilla a fessura), disturbi visivi, sudorazione, ritardo della minzione fino al blocco urinario, convulsioni, disturbi ormonali, ipotensione ortostatica (abbassamento di pressione quando ci si alza in piedi), tremori, ittero, fotosensibilizzazione, depressione midollare (possibile anemia, facilità alle infezioni e alle emorragie), aritmie cardiache, sedazione, aumento di peso. Effetti dopo la sospensione brusca: nausea, crampi addominali e mal di testa. C) inibitori della ricaptazione della serotonina: sono la classe più recente di antidepressivi. Hanno effetti collaterali più tollerabili (non bloccano l’acetilcolina quindi danno minore tachicardia, ipotensione, disturbi della diuresi, secchezza della bocca, ecc.) e sono meno pericolosi in caso di sovradosaggio. Si usano nelle depressioni lievi e moderate. Al contrario dei triciclici possono essere prescritti dal medico di famiglia. Effetti collaterali: sono meno frequenti e di minore entità rispetto ai triciclici. Danno tuttavia alcuni effetti collaterali per cui in America, a causa di tali effetti e di una promozione così sfacciatamente entusiastica del Prozac vi sono centinaia di cause pendenti contro la casa produttrice ELY LILLY che vanno fino all’accusa di indotto suicidio e omicidio. Sono: mal di testa, nausea, secchezza della bocca lieve sudorazione, insonnia, agitazione (soprattutto nella fase iniziale), anorgasmia nelle donne e disturbi dell’eiaculazione nell’uomo, a volte ritenzione idrica, eruzione cutanee nella fase iniziale del trattamento diminuzione di peso. Sintomi da sospensione: capogiri, nausea, alterazione della sensibilità, ansia e palpitazione. I principali sono: Prozac, Serxat, Zoloft, Maveral, Seropram.
NEUROLETTICI
La loro funzione prevalente è quella di essere antidelirante e antiallucinatoria. Effetti collaterali: pesantezza del capo, torpore, debolezza, senso di svenimento, secchezza della bocca, difficoltà di accomodazione visiva, impotenza, stitichezza, difficoltà urinarie, sensibilizzazione della pelle (alterazione del colorito e comparsa di eruzioni cutanee), alterazioni del ciclo mestruale, tendenza all’ingrassamento, aumento della temperatura corporea, sbalzi della pressione sanguigna, drammatico calo dei globuli bianchi, accentuazione della tendenza alle convulsioni nei pazienti epilettici. Tra i più diffusi abbiamo: Serenase, Haldol, Largactil, Moditen, Melleril, Nozinan, Orap.
IL CONSUMO
Nel decennio fra il 1975 e il 1984 c’è stato un aumento del consumo di psicofarmaci pari a: - benzodiazepine 80% - antidepressivi 119% - neurolettici 29%
I dati ISTAT del 1994 ci informano che sono state ingerite almeno 1 miliardo di pasticche di tranquillanti minori. Nel 2000 sono ancora gli psicofarmaci ad avere il primato per essere i «medicinali» più consumati dagli italiani. Più di 150.000 confezioni vendute, 130.000£ i soldi che una famiglia su 2 sborsa al mese per acquistare queste droghe legali. Solo nel primo semestre del 2000: - la Paroxetina ha fruttato alle case farmaceutiche qualcosa come 87 miliardi, con un consumo del +40% - il Cclitopram ne ha fruttati 40 di miliardi con un aumento del consumo pari all’80% - e la Fluoxetina, che è quella a minor costo, ha registrato una diminuzione della spesa (da 36 a 32 miliardi)
Siamo fatti di materia e nessuno nega che ad ogni stato d’animo corrisponda una secrezione di una o di un’altra sostanza. Quando piango produco lacrime. Allo stesso modo se sono depressa ho meno serotonina, ma non sono depressa perché ho meno serotonina! Il dolore, la sofferenza non sono malattie, ma fanno parte dell’uomo, anzi spesso il soffrire ci permette di capire che qualcosa non va, per cercare di modificare la nostra vita migliorandola e andando avanti. Potremmo quindi giungere alla conclusione che tutto sommato questi psicofarmaci non sono così indispensabili. Nonostante questo è necessario informare che vuole interrompere tali trattamenti farmacologici che può andare incontro ad una crisi di astinenza. Questo è un percorso difficile, da affrontare gradualmente, ma indispensabile per spezzare le catene della repressione psichiatrica che continua a mietere vittime nel nome della normalizzazione.
RITALIN
Se il tuo bambino è vivace, allegro, socievole e giocoso preoccupati, gli USA hanno inventato la nuova malattia del secolo l’ADHD (attention deficit & hyperactivity disorder) la soluzione? Ritalin: la maniera più efficace di rendere tuo figlio uno zombie. Neanche i bambini vengono risparmiati dal mostro psichiatrico... Conosci cos’è l’ADHD? È l’attention deficit hyperactivity disorder, in italiano «disturbo dell’attenzione e iperattività. È l’innovativa malattia creata e importata dagli USA che, come al solito, non sono avari nel farci partecipi della loro idiozia.. Tuo figlio per caso è vivace, allegro, socievole, non molto ubbidiente ma magari molto simpatico? Ebbene potrebbe essere affetto da questa «gravissima malattia». Gli yankee la curano con il Ritalin il cui componente principale è il metilfenidato. Il metilfenidato appartiene ai farmaci di abuso ed è incluso nella tabella I degli stupefacenti, perché stimola il sistema nervoso centrale. Intorno a questa sostanza che vogliono propinarci come medicina si è creato un mercato nero nel quale il Ritalin viene inserito come «smart drugs» (sostanze usate per sovrastimolare il cervello durante gli esami o i periodi di superlavoro). Se negli Stati Uniti si diffonde la polemica, in Italia se ne richiede l’importazione. E’ il Dipartimento del farmaco del Ministero della Sanità che si rivolge alla Novartis, multinazionale titolare e produttrice del Ritalin, e che si fa portavoce di questa richiesta. Anche se riscontri che tuo figlio abbia dei problemi tu lo cureresti mai con una sostanza che funziona in maniera molto simile alle anfetamine? Inoltre coloro che tanto lo sponsorizzano non hanno ancora compreso come uno stimolante possa avere effetti calmanti. Siamo per l’ennesima volta cavie: un topolino, un coniglio, un bambino che dignità hanno? L’importante è ragionare in termini di profitto, sguazzare in una cultura in cui chi non si uniforma ai comportamenti dettati dalla società è da considerarsi malato. Meglio velocizzare questo processo: partiamo dai primi anni di vita. Meglio uniformare tutti attraverso le forme di potere con le quali ognuno di noi nel corso della vita deve confrontarsi come la famiglia, la scuola fino al padrone.
"La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti al rispetto della persona umana" (art. 32 della Costituzione Italiana).
RAPPORTO ECONOMIA E SANITA’/INDUSTRIA E SALUTE
Questo titolo fa venire subito in mente il Welfare State e la legge del 23-12-78 che istituisce il Servizio Sanitario Nazionale (SSN), in cui, come da Costituzione, la Salute sembra venire intesa come «fondamentale diritto dell’individuo ed interesse della collettività», quindi da tutelarsi» nel rispetto della dignità della persona umana». Ma in quanti studi medici, cliniche e ambulatori avete visto affisso, assieme alla banale laurea,l’art.32 della Costituzione? Questo perché le scelte di economia sanitaria, tradotte nel concreto, significano opportunità di salute offerte ad alcuni, e sottratte ad altri. Con l’introduzione del SSN ,la sanità riceve infatti interi settori dell’economia, soprattutto quello chimico-farmaceutico. La sempre maggior presenza dell’industria nella medicina contribuisce a spostare il traguardo di quest’ultima, verso la terapia piuttosto che la prevenzione e ad indurre bisogni di salute. Gli elevati profitti dell’industria del farmaco portano a privilegiare l’interesse commerciale piuttosto che il benessere dell’individuo. E’ un dato di fatto che la maggior parte della ricerca farmacologia è affidata alle multinazionali del settore che trasportano il concetto di salute a un bene di consumo. Le multinazionali farmaceutiche hanno direttamente o indirettamente trasformato quindi i ministeri della sanità di molti paesi ,in agenzie promozionali dei loro prodotti e in organi di propaganda disinformativi per il controllo del comportamento dell’individuo da parte dello stato. Le multinazionali non badano a spese per COMPRARE scienza e scienziati, politici e istituzioni, nonché i mezzi d’informazione necessari per avanzare il loro marketing non importa a spese di chi ,e a quale costo sociale. Inoltre le medicine costano tanto anche perché le ditte farmaceutiche spendono miliardi per «GRATIFICARE» molti dei loro dottori: il sistema è semplice e passa attraverso il cosiddetto «informatore medico scientifico». Chi è costui? Un signore che ,per conto di un’industria farmaceutica, visita periodicamente il medico per informarlo sui nuovi farmaci, ricordargli la gamma dei prodotti e chiarire dubbi sulle medicine, anche se il suo principale mestiere è quello di PIAZZISTA. Per non presentarsi a mani vuote, tira fuori penne, libri d’arte, creme, borse e ogni sorta di giochino. Non sarà certo per una penna che un medico si lascia convincere… no, ma quante penne distribuiscono in un anno? e poi ci sono le cene a base di pesce pagate dall’informatore farmaceutico (o meglio dalla ditta per la quale lavora);i «viaggi scientifici» sponsorizzati (meeting e congressi) in luoghi di profondo interesse scientifico: Marrakesch, Sharm el Sheik, Taormina… E in cambio? In cambio ci si aspetta che il medico prescriva il loro farmaco. E come lo controlla? Attraverso i dati di vendita delle farmacie della zona. Tutto ciò come si chiama? Scambio equo? Sudditanza? Corruzione??!! Una domanda dovrebbe venir d’istinto: qual è il prezzo di un ministro della sanità? Sebbene una società senza corruzione sia puramente idealistica, il livello di decadimento di valori essenziali, sociali e professionali, è oggi ben oltre i limiti di decenza e sicurezza. Il fallimento di un paio di secoli di psichiatria, e la mancanza perfino di un’apparenza di cura si manifestano come una cortina fumogena medica che punta il dito ad ogni possibile «causa» senza offrire ALCUNA PROVA, o alcun solido programma di risoluzione( a meno di non voler drogarci tutti vita natural durante). Le alte sfere della classe medica, le cui fila sono spesso tirate da un’industria con tutto l’interesse ad ignorare e/o ostacolare ogni cura o terapia che sia al di fuori della presente ortodossia, copre fallimenti ed ignoranza con un’incredibile dose di arroganza e di paternalismo, senza minimamente curarsi delle conseguenze personali e sociali di queste azioni. Uomini politici come l’ex ministro della sanità Veronesi, spendono centinaia di miliardi di denaro pubblico in propaganda allarmistica(una probabile origine dei nostri attacchi d’ansia?), in dispensazioni esenti da ticket di alcune droghe psichiatriche, senza alcuna prova scientifica delle loro asserzioni. Questo è vergognoso in quanto Veronesi, nonostante le sue costosissime cliniche è - come il resto della medicina - tanto ignorante quanto chiunque sulle «malattie mentali», per il semplice fatto che esse non esistono!! Il modello di «progresso socio-salutista» proposto dall’America, e dalle 1000 marionette che essa controlla, include la deumanizzazione meccanicistica dell’importanza dell’individuo. Le multinazionali usano brutale forza politica per indurre lo stato ad usare la sua autorità per rendere obbligatori certi schemi di comportamento, ad usare pseudo-scienza-psichiatrica e/O discutibili statistiche come giustificazione di decisioni in realtà prese nei consigli di amministrazione delle corporazioni. L’attenzione pubblica viene attirata sul dettaglio ,presentato come problema da media senza scrupoli (lo psicopatico, il tossicodipendente, l’immigrato...),mentre viene prodotta una cortina fumogena informatica per far perdere di vista i danni creati all’insieme per soddisfare l’interesse particolare di queste «imperatrici». La maggior parte delle volte che compriamo un pacchetto di sigarette, una maglietta, una bevanda, uno psicofarmaco, ETC… finanziamo con il nostro portafoglio chi ci impone come comportarci e quali scelte fare, in un’ottica di superstato globalizzato e omogeneizzato, nel quale le multinazionali e le loro marionette politiche e professionali hanno deciso che noi dobbiamo vivere -e a cui si dovrebbe obbedire. Cosa fanno le multinazionali? Generalmente esse sono nate con il controllo di una tecnologia e, se andiamo a vedere la storia di ogni singola multinazionale, vediamo che in linea di massima è nata negli anni 30 avendo ottenuto il brevetto industriale di un ciclo di produzione; è da quel momento che nasce la sua espansione fino a diventare una grande impresa a carattere mondiale; oppure hanno fatto i soldi durante la 2°guerra mondiale vendendo i prodotti da una parte all’altra. Se guardiamo all’economia come il rapporto tra uno stato e il suo territorio, lo stato e la sua struttura produttiva, tutto il mondo è costituito da una serie di stati e da una serie di economie differenti, e tutte le imprese sono vincolate alla propria economia. Le multinazionali si muovono invece in modo trasversale e praticamente tutte le norme che lo stato capitalista ha messo in piedi a partire dagli ultimi anni dell’800 per governare l’economia, sono eludibili dalle multinazionali(dazi, tasse, vincoli legali…). Abbiamo così gli stati capitalisti, l’economia e qualcosa che passa attraverso tutto e sono le multinazionali, mentre gli schemi che ci vengono passati dai governi, dai giornali, dalle televisioni e dai libri di testo universitari sono che ogni economia è un’economia di stato (o almeno fortemente controllata dallo stesso) e che tutte le imprese stanno dentro questo sistema; non viene, insomma, presentata questa «sfasatura» che cambia radicalmente la realtà delle cose visto che le multinazionali controllano la maggior quota del mercato mondiale, e sono totalmente indifferenti rispetto allo stato o all’economia locale; semplicemente realizzano i loro impianti produttivi dove costa meno, in nome del SANTO SFRUTTAMENTO E SCIACALLAGGIO DELL'ALTRUI MISERIA!!
L’INDUSTRIA SALUTISICA
La nascita a Basilea nel 1996 della Novartis, prodotto della fusione tra la Sandoz e la Ciba-geigy, ha comportato massicce liquidazioni di posti di lavoro, prontamente eseguite in nome delle abituali «economie dei costi» e «ristrutturazioni»: il 10% della forza lavoro è stato così eliminato in primis e le conseguenze in termini di aggravamento della miseria non impediscono agli ambienti della finanza di presentare l’operazione come una vittoria della razionalità di mercato. Cosa fa la Novartis? ultimamente si è fusa insieme all’AstrZeneca nel progetto Sygenta, ottenendo così il 1° posto nel campo dei fitofarmaci, degli erbicidi-pesticidi-insetticidi e tossicità varie; inoltre si è già assicurata decine di brevetti per gli xenotrapianti e per la terapia genetica. Nel 1999 ha anche promosso il consorzio mondiale per la creazione di una banca dati sui marcatori genetici umani(SNP) a cui collaborano Bayer, Bristol-Meyers Squibb, Roche, Pfizer e la Searle (gruppo Monsanto) L’anno scorso ha infine fagocitato le industrie americane Wesley Jessen e Basf per avere praticamente il monopolio del commercio delle lenti a contatto e dei sistemi di loro disinfezione. Tutto questo testato, riveduto e ritestato sulla pelle di 130 macachi all’anno che si fa trasportare in quel di Basilea per i suoi turpi giochini chimici. Chissà se a quelle povere scimmie fanno anche mangiare gli schifoso prodotti della linea Cereal, Dietor, Isostad, Ovomaltina, Buonanatura etc… Psicofarmaci prodotti da Novartis: ANAFRANIL; ANSEREN; ENTUMIN; LUDIOMIL; MELLERIL; TEGRETOL; TOFRANIL; RITALIN.
Monsanto, un colosso da 8600 mld di dollari di fatturato il cui scopo è raggiungere il controllo della produzione mondiale agricola. Sia la Monsanto che altre imprese cercano di alterare i vecchi sistemi di coltivazione per imporre un brevetto sui semi geneticamente modificati; di qui la necessità di renderli sterili e obbligare così gli agricoltori a comprarli ogni anno. Negli ultimi 5 anni la Monsanto, già produttrice del famigerato agente orange a base di diossina utilizzato come defoliante durante la guerra in Vietnami, ha incorporato ben 14 imprese; ha scorporato l’attività chimica (Solutia) dalle altre attività per meglio concentrarsi nel settore delle scienze della vita (scienze ETICHE!!!). Nel 1999 Monsanto si fonde con Pharmacia & Upjohn (Pharmacia),industria farmaceutica di rilevo; l’anno prima acquista la divisione internazionale sementi della Cargill che così trasporta fino in Europa ,la soia geneticamente modificata da Monsanto, coltivata negli Stati Uniti, la Cargill è infatti la più grande compagnia di trasporti di grano al mondo ed è proprietaria del più grande allevatore di pollami inglese, la Sun Valley, il cui maggior cliente è Mc Donald, a cui è riservato uno dei suoi tre allevamenti, quello di Balliol nel Wolverhampton. Il paradosso estremo è che Mc Donald giura e spergiura di usare cibi non modificati geneticamente per la sua ristorazione malsana e cancerogena!!
Pfizer: azienda farmaceutica multinazionale con sede a New York che fattura all’anno 12 miliardi di dollari. Per conquistarsi una facciata socialmente ammirabile-, e per far dimenticare l’orrendo caso «Trovan» del 1996,antibiotico sperimentato a Kano in Nigeria su 200 bambini ottenendone 11 morti! ha sviluppato nel tempo una serie di sinergie con: tribunale per i diritti del malato AIMA -Associazione Italiana Malattia di Alzheimer Telefono Azzurro(da ricordare gli 11 bimbi nigeriani!!) LIMAR- Lega Italiana Malattie Reumatiche Ed ha un programma chiamato» scienza e uomo» nel quale ricerca farmaci «senza perdere mai di vista il benessere dell’individuo» - ciò però risulta contraddittorio con la sua produzione di ZOLOFT, ZELDOX, ZIPRASIDONE; psicofarmaci che hanno la chiara «missione» di omologare i più svariati disturbi; c’è di che sentirsi presi per il culo!!!
La Roche nasce nel 1859 a Stoccarda ed è una pioniera degli psicofarmaci: risale infatti al1909 il PANTOPON, un sedativo a base di alcaloidi dell’oppio ,tuttora in commercio in alcuni paesi; e al 1912 il SEDOBROL, un dado per brodo sedativo a base di bromuro di sodio!! da allora non ci siamo più liberati dall’ossessivo e preoccupante interesse che quest’industria ha da sempre avuto per le nostre menti con prodotti quali: DRAGANON(neurologico neurotrofico), FLUNOX (neurologico ipnotico), IPNOVEL (altro ipnotico), LAROXYL, LEXOTAN (tranquillanti), ROIPNOL e VALIUM.
Per tutte le altre industrie ci limitiamo a fotocopiare il prontuario farmaceutico nelle pagine degli psicofarmaci, consapevoli che saprete da soli tirare le giuste conclusioni: C’è da chiedersi per quanto ancora queste multinazionali potranno conservare le loro arroganti strutture totalitarie di dominio e di sfruttamento; una crescita infinita non esiste in un mondo finito! Nessuno può dire dove si fermerà il movimento di concentrazione capitalistica, né se e quando troverà un suo limite, ma la gestione di controllo della vita dell’individuo da parte di una ristretta classe di persone e di industrie deve finire, assieme alla corruzione della scienza e della politica di interi paesi, forzata con prevaricazione e acquistata con denaro contante dal cartello salutista internazionale .E’ TEMPO DI RE-AGIRE.
ELETTROSHOCK
L'elettroshock consiste nel far passare la corrente elettrica, attraverso 2 elettrodi posti sulle tempie, nel cervello. Questa tecnica è stata inventata da un italiano, CERLETTI, che (avendo osservato che gli epilettici dopo i loro attacchi erano più tranquilli) decise di provocare crisi convulsive negli schizofrenici, dopo accurate ricerche sui maiali tramortiti, nei mattatoi di Roma, pensò di utilizzare la corrente elettrica per la prima volta su un uomo nel 1938 facendo passare tra 2 elettrodi, posti alla base del cervello, una corrente alternata di voltaggio compreso tra 50 e 150 volts, di intensità 200 milliamper. Naturalmente questo passaggio di corrente stravolge, almeno momentaneamente, l'equilibrio celebrale. Si perde conoscenza e si hanno delle convulsioni. E' scientificamente accertato che il passaggio delle correnti attraverso i centri nervosi può provocare l'arresto del cuore o della respirazione, con conseguenze anche mortali. Poiché la scarica provoca anche consistenti perdite di memoria, inebetimento ed altri danni irreversibili è paradossalmente possibile che il «paziente» si senta un po’ meglio. Se infatti tu dimentichi i motivi della tua tristezza, sei meno triste. Quello si voleva suicidare? Ecco ora non lo vuole più: "lo abbiamo guarito" dice lo psichiatra. Si ricorre a questa "terapia" dopo che quelle farmacologiche si sono dimostrate inefficaci. Il problema della "salute mentale» non può rimanere irrisolto: nella circolare del 2-12-96 il ministro Rosy Bindi "consiglia" la reintroduzione della TEC come "trattamento di prima scelta" nei casi di depressione, schizofrenia, catatonia, sindrome maligna da neurolettici, gravi disturbi mentali in corso di gravidanza e psicosi puerperali ecc. La circolare omette volutamente di accennare al fatto che il "paziente", secondo la legge, prima di sottoporsi a TEC (terapia elettro convulsivante) dovrebbe dare il proprio consenso informato. D'altronde che valore può avere il consenso di colui il quale è considerato incapace di intendere e di volere? La TEC è stato ed è usato con diffusissimi, persistenti e sistematici abusi, senza evidenze scientifiche esistenti. Ancora un strumento psichiatrico usato per distruggere e ridurre a vegetale chi è scomodo dietro ad una parvenza di scienza. Perché la TEC torna di moda? Primo perché siccome è considerata amministrativamente dalle ASL intervento chirurgico, gli psichiatri ci guadagnano bene, secondo perché pratica anche ad alto contenuto punitivo tramite la quale il "pazzo» viene rapidamente tramortito e punito per la sua insensatezza, come allo stesso modo è punito dalla sedia elettrica il criminale. Perché non viene mai messa in discussione la "ragionevolezza" di questi camici bianchi addetti a ridare la "ragione" ai "pazzi» con le scariche elettriche? E' tale la "necessità" di cambiare la testa del ricoverato che il rischio della sua morte è messo in conto. Gli psichiatri sanno che ci potrebbe scappare il morto , ma vanno avanti lo stesso; meglio un cervello distrutto che un cervello "attivo". Si premuniscono legalmente facendo firmare ai parenti l'autorizzazione al trattamento della TEC, così che in caso di morte la responsabilità non è loro ma dei parenti che lo avevano approvato. Con la scusa della "cura» e della "tutela dell'essere umano" di fatto, tramite massicce dose di psicofarmaci, TSO, scariche di elettroshock, si neutralizzano potenziali disturbatori della quiete sociale.
IL TRATTAMENTO SANITARIO OBBLIGATORIO: CHE COSA È UN T.S.O.
T.S..O. sta per trattamento sanitario obbligatorio. E’ un provvedimento emanato dal sindaco per cui si è obbligati a sottoporci a cure psichiatriche, anche contro la nostra volontà. Si attua con il ricovero preso i reparti di psichiatria. Perché venga attuato devono coesistere 2 certificati medici che accertino che 1) la persona si trova in una situazione tale da necessitare urgenti interventi terapeutici 2) la persona rifiuta gli interventi terapeutici proposti 3) non è possibile adottare tempestive misure extra-ospedaliere per la persona.
CHE COSA È UN T.S.V.
T.S.V. sta per trattamento sanitario volontario. E’ un provvedimento a cui sottoporre la persona stessa in modo «volontario» spesso per mancanza di alternative o per un’imposizione sociale.
COME VIENE ATTUATO LEGALMENTE UN T.S.O.
Sono attuati dai presidi pubblici territoriali (i reparti di psichiatria degli ospedali) e sono disposti con provvedimento del medico, nella sua qualità di autorità sanitaria locale, su proposta motivata del medico. Il sindaco, corredato dalla proposta medica motivata, deve notificare il T.S.O. entro le 48 ore dal ricovero, tramite messo comunale, al giudice tutelare della circoscrizione a cui appartiene il comune. Il giudice tutelare entro le successive 48 ore, assume le informazioni e disposti gli eventuali accertamenti, convalida o no il T.S.O. e lo comunica al sindaco, il quale dispone la cessazione del T.S.O. se non è convalidato. Se il T.S.O. deve essere prolungato oltre il 7° giorno lo psichiatra comunica al sindaco, che lo comunica al giudice tutelare che lo conferma o meno, e comunica loro anche la cessazione del T.S.O. Il giudice tutelare può adottare provvedimenti per la conservazione e l’amministrazione del patrimonio dell’ »infermo». Se vengono ammesse le precedenti comunicazioni (tranne nel caso di omissione dei dati di ufficio) deve essere interrotto qualsiasi trattamento. Tutti i provvedimenti di revoca del T.S.O. devono essere rivolti al sindaco il quale ha tempo 10 giorni [il T.S.O. dura 7 giorni... ndr].
LA VIA DI FUGA LEGALE
Per evitare questo tipo di trattamento per ora l’unica via è quella di rivolgersi ad un buon avvocato, soluzione buona per chi se lo può permettere, ma lontanissima dalla portata economica dei più a dimostrazione di come solo le elites possono sfuggire al pesante marchio sociale del ricovero coatto.
DIRITTI DI CHI SUBISCE UN T.S.O.
Secondo la legge 180/78 il T.S.O. si deve attuare «nel rispetto della dignità della persona e dei diritti civili e politici garantiti dalla costituzione, compreso per quanto possibile il diritto alla libera scelta del medico e del luogo di cura» L’individuo ha diritto di comunicare con chi ritenga opportuno. I trattamenti devono essere accompagnati da iniziative rivolte ad assicurare il consenso e la partecipazione da parte di chi vi è obbligato.
CONCLUSIONI
Chiedere ad uno psichiatra come si può «evadere» da un T.S.O. o un T.S.V. è inutile. Come abbiamo constatato all’inizio la psichiatria è una delle forme, dall’apparenza lustrata e lucida, del controllo sociale. La psichiatria e la legislatura limitano la socializzazione perché non danno la possibilità di fare il proprio percorso se questa diverge dall’esperienza comune, obbligando il «deviante» ad un’isolamento spazio-temporale. I reparti psichiatrici sono il surrogato dei manicomi che dovevano estinguersi con il movimento Basaglia. A differenza degli O.P. precedenti questi recludono per soli 7 giorni, ma ti obbligano a cure di 10-15 anni o più con psicofarmaci che rendono l’individuo un «manicomio ambulante e isolato». UN CANE CHE SI MORDE LA CODA!
Ma ecco un esempio di come un T.S.O. divenga uno strumento di controllo politico: durante gli scontri a Genova per il G8, l'artista del popolo e video-maker Roberto Sarlo, pestato brutalmente da cinque celerini, è stato rinchiuso al reparto di Psichiatria del San Martino dove è stato sottoposto al famigerato T.S.O. - Trattamento Sanitario Obbligatorio, che comporta il ricovero coatto e la somministrazione di fortissimi psicofarmaci. L'ordinanza di compiere indistintamente i T.S.O. verso i dimostranti che avessero dato in escandescenze e si fossero lamentati troppo per le botte subite (si noti la sadica premeditazione) era stato inviato a tutti gli Ospedali dal Comune di Genova prima della manifestazione (a quanto pare Pericu, sindaco di Genova, durante quei giorni era diventato primo cittadino di tutti gli italiani e gli stranieri presenti). In poche parole la cosa equivale ad emanare l'ordine di incarcerazione per i manifestanti prima ancora che la manifestazione cominci e che in seguito non ci sarà garanzia di processo. In seguito Roberto tornato a casa a Milano ha dovuto sottoporsi ad un’ulteriore periodo di ricovero psichiatrico per altri 15 giorni. Ciò che è accaduto a Roberto Sarlo è la dimostrazione dell'ulteriore peggioramento del quadro sociale in cui stiamo vivendo, in cui le più elementari garanzie di libertà vengono calpestate in modo sempre più spudorato, preludio di un futuro sempre più inquietante - per tutti!
Questa e’ l’intervista che abbiamo fatto al Dottor DOMENICHETTI, noto psichiatra di Firenze Direttore Responsabile di Ponte Nuovo, struttura quest’ultima tra le più terribili della psichiatria. Con la psichiatria riuscite a «curare le malattie mentali» ? Si certo noi curiamo, ma se vuole dei numeri e delle percentuali noi incrociamo le diagnosi e le terapie .Alcune diagnosi ci danno guarigioni al cento per cento, altre ci danno risultati all’ottanta per cento, altre ancora ci danno risultati al 30 per cento e così via. A quanto ammonta la spesa per ogni persona ricoverata in TSO o/e in TSV? Tutto dipende lo sa... Quanti sono i letti a messi a disposizione per i TSO e per i TSV? A Firenze sono 36 sia per il Trattamento Sanitario Obbligatorio che per il Trattamento Sanitario Volontario Quali sono le tappe legali per il TSV? Il TSV e’ un ricovero normalissimo, se una persona vuole interrompere il trattamento ciò può avvenire in due modi: nel primo caso il paziente cessa autonomamente di seguire la terapia, nel secondo caso è lo psichiatra di riferimento che decide di cessare la presa in carica del ricoverato. Nel caso in cui un paziente decida di smettere, quali sono i danni causati dall’interruzione di assunzione di psicofarmaci, consapevoli della dipendenza che essi causano? Non c’è una formalizzazione, non viene scemato nel tempo il trattamento farmacologico, cessa e basta, non sono droghe.(In realtà tutti sanno quanto sia pericoloso smettere l’assunzione di uno psicofarmaco all’improvviso ndr) Se una persona vuole terminare il proprio TSV? Il trattamento, anche quello farmacologico, cessa a meno che lo psichiatra non ritenga che sia una situazione di un certo rilievo, patologico e, quindi, decide di passare a TSO. Altrimenti il cittadino è libero. Quante persone si sono rivolte a lei per il TSV in un anno? Sono 403 persone. E quanti TSO ha eseguito in un anno? Sono 13 in un anno. Solitamente la denuncia per il TSO da chi parte? Da famigliari, condomini, forze dell’ordine, infermieri e lo stesso psichiatra che valuta la gravità del caso. Può succedere che il parere di chi denuncia sia sbagliato? Certo, le agenzie segnalanti possono essere tutti ma è lo psichiatra che poi valuta. Le è mai capitato di trovarsi di fronte a persone che lei non valutava patologiche? Sì, è una valutazione dello psichiatra e c’è l’arma sociale che corrisponde alla patologia in atto... Quali sono gli psicofarmaci che lei utilizza di più nelle sue terapie? Benzodiazepine: TAVOR e VALIUM. Antipsicotici in generale. Mi può dare il suo parere professionale rispetto alla pratica dell’elettroshock? Noi non l’abbiamo mai fatto, ma ne abbiamo il diritto grazie alle procedure del Ministero della Sanità. In Toscana viene utilizzato? Sì, a Pisa dal dott. Cassano, dove egli si attiene alla linea guida del Ministero. Come si arriva all’elettroshock? Quando le terapie farmacologiche non hanno grande successo. Per quali patologie? Depressione maggiore resistente al trattamento farmacologico. Quali sono i risultati? Antidepressivo. Ma su quali centri nervosi agisce? A saperlo... si ipotizza che agisca sui ricettori ma nessuno conosce il meccanismo molecolare che viene messo in atto, si pensa che vada a colpire la linea comune della membrana del neurone, sodio-potassio... Ma una scarica elettrica al cervello non lo può danneggiare? Certo, ci possono essere micro-infarti celebrali e oggi le procedure sono più oculate di un tempo sia sulla preparazione, sia sulla quantità e potenza elettrica che viene immessa. Comunque si hanno dei danni, soprattutto alla memoria. Si registrano casi di miglioramento per chi ha subito la terapia dell’elettroshock? Certo, anche se ci sono ricadute abbastanza frequenti ma crisi acute come catatonie vengono risolte.
Abbiamo sottolineato alcuni passaggi che ci sembravano particolarmente emblematici per dimostrare una volta di più tutta la presunta «scientificità» della psichiatria e dei suoi più «autorevoli rappresentanti!
COMMENTO ALL'INTERVENTO DELL'EX-MINISTRO DELLA SANITA' VERONESI ALLA CONFERENZA PER LA SALUTE MENTALE TENUTASI NEL GENNAIO 2001 A ROMA
La malattia mentale e la sua cura sono parte di meccanismo di potere e come tale interessano la politica. Per avere un’idea dei come i governi affrontano questi argomenti, commentiamo paragrafo per paragrafo l'intervento dell’allora Ministro della Sanità Veronesi alla Conferenza sulla salute Mentale 2001. Citiamo in corsivo alcune frasi di Veronesi; il testo dell’intervento è riportato integralmente sul sito de La Repubblica, www.kataweb.it).
DIECI MILIONI DI MALATI. Citiamo l'ex Ministro: "Non si può ignorare l'enormità del problema che vede coinvolti oltre 10 milioni di pazienti nel nostro Paese, ma che, SOPRATTUTO, tocca la metà delle famiglie CON IL CORREDO PIETOSO DEI DISAGI, DELLE DIFFICOLTA' DI RELAZIONE, DEL VISSUTO VERGOGNOSO". Dunque, secondo Veronesi, ci sarebbero in Italia dieci milioni di malati di mente, il che significa che almeno una su sei delle persone che ci stanno intorno è da curare. Cosa è, una epidemia? Se prendiamo per buone le stime del ministero, non rimane che pensare che quello che va sotto il nome di «malattia mentale» o è un aspetto normale della vita o è il segnale di gravissimi problemi sociali. Invece viene diagnosticata, studiata e curata come se fosse un’affezione del sistema nervoso. A questo proposito vorremmo ricordare che quando i governi si appellano alla malattia mentale per spiegare le difficoltà che attraversa il loro paese c’è da avere paura: pochi anni fa Karazdic, un famigerato boia dei Balcani che esercitava tra l’altro il mestiere di psichiatra, scrisse un libello dal titolo «Una nazione folle» per giustificare la pulizia etnica. Al di là dei toni allarmistici, colpisce il contenuto sociale del discorso di Veronesi, che sostiene che ad essere colpite dal disagio siano "soprattutto le famiglie": Ma il disagio colpisce prima di chiunque altro NON la famiglie, ma quelli che Lei, come la maggior parte della gente, purtroppo, chiama malati mentali; le relazioni difficoltose provocano quasi sempre un dolore cocente e lacerante a coloro che la psichiatria la provano sulla loro pelle, sul loro fegato, sul loro stomaco, sulla loro capacità di avere un rapporto veglia/sonno normale... come può una persona riempita di psicofarmaci per decenni, strappata dal suo contesto di vita quotidiana e sbattuta in una delle vostre case-famiglia, che spesso hanno ben poco in comune con la presunta serenità della famiglia e moltissimo della crudeltà, della violenza e dell'abuso di potere, che sempre hanno caratterizzato le carceri e i manicomi; di vergognoso ci sono solo quegli psichiatri, psicologi, psicoterapeuti, personale psichiatrico vario in genere, che permettono, e anzi quotidianamente si adoperano attivamente ed entusiasticamente perché le persone affidate alle loro cure continuino a stare male come stanno. Chi ha problemi di relazione con se stesso e con chi gli sta intorno, di tutto può aver bisogno tranne che di essere rinchiuso in un luogo isolato dal resto della società e della socialità, dove non si fa altro che ripetergli che la sua è una condizione di malato, di diverso negativo, di potenziale pericolo per la felicità e la tranquillità degli altri. Certo, ci possono essere situazioni in cui qualcuno avverte la necessità di abitare lontano dalla sua famiglia, ma la risposta a queste esigenze non può essere la detenzione psichiatrica, altrimenti si confonde LA CASA, che è un diritto di tutti e inalienabile, con la CASA DI CURA. L'ex Ministro fa notare subito che lo Stato nell'ultimo anno "ha speso mille miliardi solo per il rimborso dei farmaci"; gli farebbe più comodo che le "cure" psichiatriche fossero a carico del "malato" e della sua famiglia. A questo punto, Veronesi tenta letteralmente di indorare la pillola con espressioni toccanti: "Il malato mentale è privato del gusto e del sapore della vita, condannato a trascorrere anni e anni nella comunità senza partecipazione, senza autonomia, senza anima". Ma allora lo capisce anche lui il problema! Questa sua sensibilità verso la condizione reale del "malato mentale" ci ha piacevolmente sorpreso, peccato che venga DOPO aver parlato del disagio delle famiglie e del gravoso onere che le cure psico-farmacologiche comportano.
SEI GRANDI TEMI. L'ex Ministro, bontà sua, riconosce la priorità che il suo governo ha dato al problema della "salute mentale"; la sua straordinaria sensibilità umana si rivela anche nella geniale e modestissima frase che segue: "Tuttavia i problemi irrisolti sono ancora molti e solo la loro soluzione potrà liberare la psichiatria e tutto il mondo della salute mentale da quella ambiguità che ancora la connota da parte dell'opinione pubblica e dello stesso mondo medico". Veronesi giustiziere. Sei sono i problemi più rilevanti che l'ex Ministro individua: li riassumiamo o citiamo e commentiamo nell'ordine in cui lui stesso li ha elencati. 1) «lo "stigma" che ancora investe, con un'ombra di triste distacco e di isolamento, non solo il malato ma tutta la sua famiglia". Lo stigma che colpisce "malati" e famiglie è colpa esclusiva della società che li circonda, e che li identifica appunto come dei malati, dei deboli, degli incapaci (come spesso vengono bollati anche da un punto di vista legale, tra l'altro), di cui l'ex Ministro stesso si dimostra, attraverso le sue stesse parole, un degnissimo e di conseguenza schifosissimo rappresentante. "Il peso sempre meno sopportabile per le famiglie, che è andato inevitabilmente aumentando dalla riforma in poi, e che costituisce il disagio sociale e umano più rilevante". Ancora una volta, Veronesi fa appello le famiglie mettendo in secondo piano l’individuo e i suoi problemi; implicitamente, si invitano le famiglie a sedare o espellere i soggetti deboli, invece di considerare il LORO malessere come la spia di un disagio che probabilmente coinvolge l’intera famiglia e i contesti sociali in cui essa vive. E non si devono dimenticare gli innumerevoli casi di famiglie che SFRUTTANO il familiare "malato", facendolo dichiarare "incapace di intendere e di volere" per riscuotere la pensione di invalidità, del tutto incuranti dell'emarginazione totale e multi-sfaccettata che da un atto simile deriva per la vittima psichiatrica.
"La disarticolazione tra intervento medico e intervento socio-assistenziale, specialmente evidente nei malati gravi, nei malati destinati alla cronicità, nei malati anziani, nei malati soli, nei malati in difficoltà economica". Le cinque "categorie" di "malati" citati da Veronesi comprendono praticamente tutte le vittime delle "cure" psichiatriche a sovvenzione pubblica. Perché chi non è né povero, né solo, né anziano, né "malato cronico", né "malato grave", ha pochissime probabilità di finire nel circuito chiuso della psichiatria pubblica e gratuita.
"La persistenza e il funzionamento degli ospedali psichiatrici giudiziari e la modalità di gestione dei problemi psicopatologici nelle carceri". Gli ospedali psichiatrico-giudiziari, quelli che un tempo si chiamavano MANICOMI CRIMINALI, sono una aberrazione teorica e un orrore quotidiano: vi si mescolano l’assurda psicologia delle corti di tribunale e l’abominevole routine psichiatrica. Se li vogliono chiudere devono dirlo apertamente, ma è più probabile che vogliano renderli invisibili polverizzandoli in una miriade di centri, magari appaltati ai privati. Se le cose stanno così, dobbiamo opporci finche gli OPG sono ben visibili, anche se solo dall’esterno.
"L'insufficienza di risorse destinate alla formazione del personale e alla ricerca scientifica". Quale formazione? Quale ricerca? Perché dovremmo dare più soldi a chi cerca il gene della schizofrenia e insegna a praticare l’elettroshock? E perché dovremmo accettare che la ricerca universitaria venga condizionata dagli interessi delle multinazionali del farmaco?
"Una attenzione carente ai problemi della salute mentale in età evolutiva". Niente paura: negli USA è ormai automatico dare agli scolari irrequieti massicce dosi di farmaci che incidono in maniera drastica sullo sviluppo di questi ragazzi; in alcuni stati dell’Australia sono gli insegnanti che si incaricano direttamente di somministrare gli psicofarmaci a bambini e adolescenti. In Italia, si sa, certe CONQUISTE arrivano tardi, ma arrivano. Ricordiamoci che i bambini sono vittime ideali della psichiatria: dipendenti dalle famiglie, assoggettati alla scuola, con capacità di intendere e di volere limitata per legge e, soprattutto, con una lunga vita davanti a sé: se presi in tempo consumeranno psicofarmaci dalla culla alla tomba.
E mentre Veronesi declamava queste amenità, il Parlamento approvava il piano quinquennale sulla salute mentale dettato dal ministro. (Il maiuscolo è nostro).
...e dopo i T.S.O. e gli psicofarmaci ... eccoci alla successiva tappa del percorso psichiatrico: nel centro di terapia psichiatrica-riabilitativa capitano in queste strutture, dette intermedie (cioè a metà fra ospedali e ambulatori-casa) persone prevalentemente giovani, 18~35 anni. Dopo mesi di ospedalizzazione a volte coatta, arrivano ovviamente ben imbottite di neurolettici. Le diagnosi sono prevalentemente di: schizofrenia paranoide, psicosi maniaco depressiva, psicosi isterica, narcisismo, ebefrenia, psiconevrosi schizoide e più recentemente la nuova nata il borderline, altra sigla da appioppare tra le tante inventate dall'epoca della melancolia, che faceva tanto furore nel romantico secolo dell'invenzione dei manicomi. Le famiglie affidano così altri anni della vita dei loro figli (che in teoria sono già maggiorenni ma non pare possano disporre del diritto di sapere quali trattamenti saranno sottoposti, e questo vale anche per chi non è interdetto) alla "riabilitazione" in questi ospedali un po' ambulatori, molto stile sale d'attesa. Ovviamente si viene accettati solo se ci si adatta alle regole fra il monastico ( niente sesso per individui maschi e femmine in età giovane), il collegiale (orari e pasti uguali per tutti passati questi ultimi dalla A.S.L. con porzioni identiche sia che si pesi 45 Kg che 150 Kg, ma tanto le dosi sono quelle di una scuola materna ed a tenere belli cicciottelli ci pensa il farmaco); l'ospedaliero ( 3 letti per stanza, pochi effetti personali anche se ci si dovrà stare 5 anni; del resto pare che in questi posti si rubi molto e non sempre siano i pazienti …); il carcerario ( telefonate contate, visita della famiglia per chi ce l'ha solo il fine settimana); e il riformatoriale ( se ci si ribella o si litiga si resta in stanza a meditare sulla malefatta o si torna all'ospedale). Inizia il ricattuccio, i permessi a brevi passeggiate giornaliere con l'operatore sono concessi solo se il "giovane malato" accetta di apprendere e far sue le regole della struttura e così, a seconda del grado di docilità, e quindi dell'accresciuto consenso verso i metodi degli operatori e dei medici, il nostro "eroe" inizia il cammino verso la "guarigione". Le giornate passano ad apparecchiare sparecchiare e cucinare, per colazione pranzo e cena, a tenere puliti camere, bagni e corpi, e poi si viene controllati se si è stati obbedienti. Se lo si è stati ecco subito un " che bravo sta migliorando" ripetuto durante gli incontri del gruppo dei pazienti e in quello dei genitori ( genitori ultrasessantenni che seguono i miglioramenti dei loro bambini/burattini 30/40~enni). In psichiatria infatti magicamente la sindrome di "mangiafuoco" di cui i medici sono affetti, fa sì che i loro pazienti come Pinocchio tardino a venire considerati umani e adulti. Pinocchio vero, alla fine, ci riesce. I mentali A.S.L quasi mai. Per il resto della giornata arte-terapia, ginnastica, gruppi terapeutici, colloqui individuali. Nel gruppo si deve confessare tutto di fronte a tutti, anche gli innamoramenti che poi naturalmente vanno troncati immediatamente, pena l'espulsione e il passaggio verso altra struttura di uno dei malcapitati amanti. Per il resto del tempo tanta TV nei divanetti dei salottini, fumando le mille sigarette giornaliere nocive sì alla salute, ma necessarie a queste persone per placare lo stato di agitazione psicomotoria provocato dai farmaci. E' ovvio quindi che in questa situazione di tabagismo indotto ogni tanto qualcosa o qualcuno prenda fuoco. Questo effetto collaterale del bisogno di fumare presente in chi è stato sotto trattamento farmacologico non è riportato nei foglietti illustrativi dei farmaci ;e così molti credono che quello del tanto fumare in persone con lunghe storie psichiatriche alle spalle, sia solo vizio e debolezza, al danno la beffa. Dopo la giornata tediosa passata nella struttura che ti protegge dal mondo esterno, ma è ovvio che è il mondo esterno che vuole essere protetto da te, tutti a nanna alle 10 e zitti. E così si continua a "migliorare tanto ", cioè si finisce per accettare sempre più il ruolo di invalido mentale che la società ti ha assegnato. Se le cose non vanno in quel modo c'è il ritorno ripetuto più volte all'ospedale. Ai più bravi e fortunati si offrirà un inserimento socio-terapeutico-lavorativo di 1 anno a 5000 £ l'ora x 20 ore settimanali al max, in qualificanti lavori proposti, in genere addetto alle pulizie, e devi anche ringraziare. Dopo 1 anno, quando finisce, vai in crisi, se non ci sei già andato, perché non sai quello che farai, tentando di farti una vita indipendente con un così lauto guadagno. Se sei proprio fortunato ti prenderà una cooperativa sociale per disabili: "la miracolosa guarigione è avvenuta", anche se dosi di farmaco, dette di mantenimento , verranno prescritte x almeno 5~10 anni o per sempre, "non si sa mai dovesse ricadere" (per una giovane donna questo vuol dire non poter mai diventare mamma). Con questa spada di Damocle il più fortunato è sistemato. Chi non fa questo percorso di umiliazione-redenzione finisce di continuo all'ospedale e poi negli appartamenti "protetti" delle case-famiglia, dove insieme ad altri "casi gravi", 3 o 4, seguiti da medici operatori si macinano gli anni in attesa del 50-esimo compleanno; data in cui entri o nell'istituto per malati cronici non autosufficienti (l'ospizio, in pratica), se sei diventato docile, altrimenti nei sottoportici delle varie stazioni ferroviarie a far questua, se non sei docile e anche perché i genitori nel frattempo sono morti. Per il parentado rimasto il vero morto sei considerato tu, il pazzo di famiglia, tranne che se ti fanno assegnare un tutore o se un giudice ti dichiara incapace di intendere e volere per poter gestire la tua misera pensione di matto. Infine morirai e di te diranno "poverino, era meglio se fosse morto appena nato con quel che ci ha fatto patire". Addio matto, la vista della tua persona obesa, tremante e intontita di psicofarmaci non disturberà più le brave persone che passano per la via. Ancora una volta la società sarà riuscita ad annullare un essere umano da lei stessa avviato alla rovina. E tutti vissero infelici e scontenti.
Violetta
LE COORDINATE PER SAPERNE DI PIU’. Forniamo ai lettori di questo opuscolo alcune coordinate per approfondire meglio l'argomento e dibatterlo su internet, scambiarsi esperienze e pareri.
Bibliografia essenziale: G. Antonucci, Critica al giudizio psichiatrico (Sensibili alle Foglie). R. Cestari, L'inganno psichiatrico (Sensibili alle Foglie). G. Bucalo, Dietro ogni scemo c'è un villaggio (Sicilia PuntoL). G.Bucalo, Sentire le voci, guida all'ascolto (Sicilia PuntoL). G. Bucalo, La malattia mentale non esiste (Nautilus). Telefono Viola di Milano, Effetti collaterali (Nautilus). T. Szasz, Il mito della malattia mentale (Feltrinelli). L. Freddi, L'altra follia (Feltrinelli). D. Cooper, Il linguaggio della follia (Feltrinelli). E. Goffman, Asylum.
Filmografia parzialmente orientativa: Morgan matto da legare - Tony Richardson. Il corridoio della paura - Sam Fuller. Family life - Ken Loach. Matti da slegare - Marco Bellocchio. Qualcuno volò sul nido del cuculo - Milos Forman. Wojzek - Werner Herzog. Frances - Graheme Clifford. Ragazze interrotte - John Mangold.
MISTIFICAZIONE, DIFESA DI INTERESSI. Mi trovo a lottare da solo contro interessi incalcolabili di prestigio e del potere di una casta ed economici delle multinazionali dei farmaci della psiche. Tutte e due stanno dalla parte sbagliata, dell’errore, dell’orrore, della crudeltà, dell’esercizio del potere, potere totale, potere a tutti i costi, potere che inganna le coscienze, i mass media, TV e stampa, uomini politici. La categoria di lavoratori, perché si dovrebbero chiamare così, come tutti gli altri che hanno un impiego: lavoratori, sennonché, i terapeuti hanno più carisma ed un’aurea di infallibilità e non si capisce perché. Nel mio caso, nonostante tutti i metodi di indagine umanamente possibili, protratti per quasi cinquant’anni, hanno sbagliato la diagnosi o addirittura non sono stati capaci di farmi una diagnosi univoca. Addirittura non sono riusciti a farla credibile i diversi terapeuti che ho avuto. Non vi fidate, sono incompetenti e perciò stupidamente crudeli. Mi hanno decimato la famiglia. Quella che loro chiamano etica, perseguita ad oltranza diventa moralismo e intransigenza, intolleranza. C’è qualcosa di più importante in questo caso della morale, la Ragione. La legge l’hanno fatta gli uomini e gli uomini la dovrebbero abolire, questa legge non è la volontà di Dio. Ma figlia dell’errore e dell’orrore. E se potete non fatevi somministrare psicofarmaci, non sarete più esseri umani, non sarete più voi. Io ho provato cosa significa, sarete più deboli, sarete meno uomini e meno volitivi. Le multinazionali dei farmaci e i terapeuti si spalleggiano, sono utili a mantenere l’ordine in tutte le società e perpetuare il potere economico vigente, a zittire e rinchiudere le persone scomode, tutte le categorie di diversi o devianti. I terapeuti sono come le forze dell’ordine, ma più disumani perché hanno più potere. Aprite gli occhi, ragionate, state attenti, vigilate, abbiate cuore e siate ribelli.
Firenze, mercoledì 11 luglio 2001 Luciano Ascenzi
Visto che diffondo questo opuscolo, ritengo opportuno e giusto far sapere che il collettivo Violetta Van Gogh non esiste più. Riguardo il Telefono Viola, negli ultimi tempi erano attivi solo a Roma e Milano. Da parecchi mesi a Milano non c'è più, e pare che anche quello di Roma da tempo non sia più attivo. Con l'occasione, segnalo altre pagine internet: A) Antipsichiatria – Liberiamoci dalla psichiatria B) Senza psichiatria – Mente Libera C) Reparto n° 6 D) Recuperamente E) No Pazzia F) PsicoOdissea G) La psichiatria come falso scientifico H) Soccorso Viola I) Collettivo antipsichiatrico Artaud
7 aprile 2014 – Natale Adornetto.

06 aprile 2014

Morte prematura: sonniferi e ansiolitici possono raddoppiare il rischio


Morte prematura: sonniferi e ansiolitici possono raddoppiare il rischio
di Redazione InformaSalus.it

Assumere sonniferi e ansiolitici può raddoppiare il rischio di morte prematura. A mettere in guardia in particolare sull'uso di psicofarmaci e ipnotici è uno studio pubblicato sul British Medical Journal e condotto dai ricercatori dell'Università di Warwick. Dove possibile, i risultati delle studio sono stati ricavati considerando anche altri fattori di rischio come l’età, il vizio del fumo, l’assunzione di alcol, l’assunzione di altri tipi di farmaci, eventuali altri disturbi psichiatrici e lo status socio-economico.

Pur invitando ad interpretare con cautela i dati, gli studiosi raccomandano di valutare con maggior attenzione l'impatto di questi farmaci sulla salute delle persone.

“Il messaggio chiave qui è che dovremmo davvero usare questi farmaci con maggiore attenzione – ha spiegato Scott Weich, Professore di Psichiatria presso l’Università di Warwick – Questo messaggio si basa su un crescente corpo di evidenze che suggeriscono che i loro effetti collaterali sono significativi e pericolosi. Dobbiamo fare tutto il possibile per ridurre al minimo la dipendenza da ansiolitici e sonniferi”.

Il problema, sottolineano gli studiosi, è proprio la dipendenza, non solo psicologica ma anche fisica, che in molti casi porta la persona ad assumere dosi sempre più massicce per ottenere l’effetto desiderato.

4 aprile 2014
Fonte: InformaSalus.it 


Gli psicofarmaci mietono altre vittime: donna strangolata dal marito, che poi tenta il suicidio

Sento la notizia nel TG2 delle 13. Al culmine di una lite, un uomo strangola la moglie e poi tenta il suicidio ingerendo antidepressivi.
La giornalista ci dà sotto. A suo dire, la colpa è della depressione, malattia dai comportamenti incontrollabili (o imprevedibili) che porta a conseguenze estreme (sic...).
È il solito copione. Si presenta un uomo sofferente come malato di mente pericoloso. Si affonda il dito nella piaga dello stigma, stigma che vuole, per l'appunto, che le persone etichettate come malate di mente siano imprevedibili, incontrollabili e pericolose. Si continua ad infondere lo spauracchio sia alle persone che hanno dei disagi e sia, soprattutto, alle persone che non ne hanno, per far sì che vedano le persone con disagi come "pazze pericolose".
Qui si è addirittura sdoganata la depressione come qualcosa che fa scatenare le persone, quando si sa che proprio la depressione porta, fra le altre cose, ad essere apatici, senza volontà, senza forze e senza voglia di fare nulla.
Ma tutto fa brodo, tutto deve far brodo, e quindi si dice anche ciò. Milioni di persone ascoltano e ci credono.
Ovviamente, e come sempre, non solo si scarica il tutto sulla malattia, ma non si accenna minimamente al fatto che sono proprio gli psicofarmaci che generano comportamenti violenti in chi li assume.
Chi ha da capire e chi vuole capire, lo farà, per cui non aggiungo altro.

Natale Adornetto

Dal web:


03 aprile 2014

Lo scandalo degli effetti secondari dei neurolettici

 Lo scandalo degli effetti secondari dei neurolettici

L’aloperidolo è fascista, l’anafranil è di sinistra.
Emile Ajar(1)

L’analisi presente ritorna su un problema lasciato a lungo nel silenzio. Per anni i neurolettici sono stati utilizzati chiudendo letteralmente gli occhi sulla gravità degli effetti indesiderati che potevano indurre. Quando studiavo la psicofarmacologia, i professori ci insegnavano entusiasti che questi farmaci erano eccezionali, perché anche impiegati a dosi “massive”, si dimostravano privi di qualsiasi tossicità. A dire il vero, per anni abbiamo visto solo il controllo dei sintomi più evidenti, e frequentemente abbiamo ignorato il tributo pagato per ottenerlo. Spesso si metteva quest’ultimo sul conto della schizofrenia. Se questo scandalo è durato più del dovuto, è a causa della nostra difficoltà ad ascoltare e prendere sul serio ciò che ci dicono i pazienti. O se no, quando li ascoltiamo, lo facciamo solo tramite le nostre rappresentazioni dei loro problemi. Il malessere soggettivo che accompagna l’akatisia dei neurolettici, ad esempio, è stato a lungo scambiato per “angoscia psicotica allo stato puro”; i loro movimenti abnormi per delle stereotipie e i manierismi per delle “schizofrenie tipiche”. Lo “strano schizofrenico” possiede questa proprietà interessante, e cioè: solo lui può spiegare molto di quello che ci sfugge, compresi gli effetti indesiderati che noi non conosciamo. È una delle lezioni dello scandalo: imputiamo volentieri al genio della schizofrenia gli errori che commettiamo nei suoi confronti. Oggi, l’impiego di certi nuovi neurolettici in voga, si complica spesso da un notevole aumento di peso e da disordini metabolici, in particolare diabetici, con delle temibili ricadute cardio-vascolari. I promotori di questi prodotti non hanno tardato a trovare la risposta: si sforzano d’ora in poi di avvalorare l’idea che è primariamente la schizofrenia, con le condotte alimentari anarchiche che l’accompagnano, a rappresentare un fattore di rischio per l’obesità e il diabete.
I neurolettici non sono antibiotici. Non si estirpano delle idee deliranti come si estirpa un batterio. Quando un delirio “resiste” (per adoperare l’immagine consacrata nel gergo clinico) aumentare la posologia o cambiare molecola, non è per forza la risposta migliore. I pazienti di cui parliamo richiedono dell’esperienza per essere capiti. Non possiamo non essere sbalorditi nel constatare che questi casi vengono assegnati a medici ancora tirocinanti, mandati e lasciati soli sul difficile fronte della cura. Dei giovani medici che, visto il sistema di formazione di cui beneficiano, hanno solo come arma principale a disposizione i farmaci psicotropi, il cui uso effettivamente sembra relativamente facile da assimilare. Una delle conseguenze di questa condizione, è che oggi si cercano di comprendere le difficoltà dei pazienti colpiti da schizofrenia solo come problemi di osservanza terapeutica, di posologia o di scelta del neurolettico. Una situazione simile non può che essere colma di semplificazioni, di errori psicologici, di risposte non azzeccate, inadatte ai bisogni, che non fanno altro che peggiorare il sentimento d’incomprensione di cui soffrono questi pazienti. Aggiungiamo che, nonostante lo scandalo menzionato, il nostro dizionario nazionale dei farmaci, come abbiamo visto, fa fatica ad aggiornarsi: le sue indicazioni incoraggiano sistematicamente delle posologie neurolettiche superate, che possiamo qualificare solo come “neurotossiche”.
Per quanto riguarda i nuovi neurolettici dei quali si discute tanto, sono promossi mediante l’affermazione che con la stessa efficacia provocano meno danni neurologici e cognitivi. Questo sarebbe giusto se non si passasse sotto silenzio il fatto che è stato possibile evidenziare tale conoscenza solo facendo dei test a confronto con i loro predecessori che erano somministrati con delle posologie eccessive. Posologie tossiche che fanno peggiorare i pazienti e dovrebbero essere bandite definitivamente. Un numero importante di studi dell’iconografia cerebrale ha dimostrato chiaramente che con tali posologie, i neurolettici hanno un impatto sul tessuto cerebrale. Ipertrofizzano i nuclei grigi centrali (nuclei caudati, putamen, pallidum), atrofizzano la sostanza grigia corticale in particolare al livello delle aree frontali(2). È certamente il caso di pensare che con l’andar del tempo, tali effetti sul cervello (che, diciamolo pure, non sono abbastanza studiati e non sono nemmeno presi in considerazione) non contribuiscono a migliorare il funzionamento cognitivo. Anche per i nuovi neurolettici, il fatto che sembrano provocare “meno” danni neuro-cognitivi, non significa che non ne provochino “nessuno”. Per adoperare un solo esempio fra tanti, un prodotto “nuovo” come il Risperidone, danneggia le prestazioni della memoria del lavoro(3). Ora, si sostiene che quest’ultima sia primariamente colpita dalla schizofrenia. Pertanto come discernere? Non è che si aggrava cercando di migliorare? Il dilemma è certamente vecchio quanto la medicina stessa. In generale, tutti i neurolettici, non importa quale, condividono una proprietà comune che, nonostante le innumerevoli obiezioni che potrebbero essere state fatte da cinquant’anni a questa parte, costituisce apparentemente la loro modalità di azione richiesta. Sono degli inibitori dei circuiti dopaminergici (per antagonismo dei recettori DA2 in particolare). In altre parole, frenano i sistemi di neurotrasmissione che si trovano nel cuore delle nostre capacità di motivazione, di attenzione costante, di memoria del lavoro, ma anche di curiosità, di piacere, di coscienza sensoriale ed emozionale, o ancora, come ci insegnano i primatologi, di affermazione sociale. Frenare delle funzioni così importanti non si fa senza pagare dazio. Una delle migliori prove indirette a questo proposito, è che i neurolettici sono un’eccezione rilevante all’interno della famiglia degli psicofarmaci. Sono gli unici (in effetti, assieme ai regolatori di umore) a non essere deviati dal loro uso. Per una ragione evidente: non migliorano le capacità intellettuali, del piacere, del desiderio, dello slancio vitale. Sono dei prodotti che limitano il nostro potere di agire e di pensare, che ci sminuiscono. È sempre utile ricordarlo quando gli somministriamo.
Qui c’è dunque un paradosso sempre più problematico. L’abbiamo visto, la schizofrenia tende oggi a essere concettualizzata come una forma particolare (che rimane largamente da stabilirsi) di patologia neuro-cognitiva. I ricercatori danno la caccia sotto tutti gli aspetti possibili e immaginabili ai deficit cognitivi suscettibili di rendere conto di questi sintomi. Nuove psicoterapie, dal canto loro, si pongono l’obiettivo di “rimediare” ai deficit cognitivi. Ora, contemporaneamente, il trattamento medico fa uso di prodotti che complessivamente alterano le prestazioni cognitive. E non solo le prestazioni cognitive, ma anche le prestazioni emozionali e sociali. Come conciliare degli obiettivi così contraddittori? Sta diventando ogni giorno più palese che i trattamenti neurolettici, se impiegati senza discernimento, contribuiscono ad appesantire l’handicap schizofrenico. Per prendere una patologia molto semplice, funzionano come i nostri gessi d’ortopedia. Nel caso della frattura di un arto, l’immobilizzazione rimane, in genere, il migliore trattamento possibile. Il gesso permette lo stato d’inattività indispensabile per la rigenerazione del tessuto osseo. Una volta tolto quest’ultimo, si scopre un’atrofia muscolare residua, conseguenza dell’inutilizzo imposto. Questo disturba la ripresa della mobilità normale. S’impone una rieducazione per poterla superare. I neurolettici, a modo loro, inducono il “riposo forzato” dei circuiti cerebrali coinvolti negli scompensi psicotici. Una volta stroncata la crisi però, il loro mantenimento a dosi elevate è un ostacolo a un recupero funzionale. Arriva il momento di togliere il gesso e rieducare. O almeno di renderlo il più leggero possibile, se una restrizione della mobilità deve essere assolutamente mantenuta.
L’altro scandalo, del quale, le pagine, che seguono, non parlano perché la sua conoscenza si sta solo ora affermando, è d’ordine medico-economico. In questi ultimi dieci anni ci hanno fatto credere che i nuovi neurolettici erano così superiori a quelli che gli avevano preceduto, che la prognosi delle schizofrenie sarebbe stata completamente trasformata, scartando tutti i dati che andavano in un altro senso. La realtà, purtroppo, si è rivelata meno rosea con l’utilizzo. Utilizzati nei pazienti ammalati da molti anni, i neurolettici di seconda generazione (clozapina, a parte) non sono né più efficaci, né molto meglio tollerati, soprattutto se la posologia dei neurolettici di prima generazione è adattata a una migliore tolleranza individuale. Una dopo l’altra, le analisi che non tengono conto della “funzione medica resa” lo confermano: non migliorano “la qualità della vita” dei pazienti più dei loro predecessori(4). Ma durante questi dieci anni, sono stati ugualmente venduti a un prezzo da 50 a 100 volte maggiore. E la consapevolezza che le loro pretese terapeutiche erano esagerate accade nella maggior parte dei casi quando il loro brevetto di esclusiva scade. E cioè, quando i benefici previsti (a spese dei sistemi assicurativi-sanitari), sono stati ampiamente realizzati, possono cadere senza rimorso sotto il “dominio pubblico”. Quanto tempo, quante energie, e soprattutto quanto denaro speso invano, che poteva essere investito in un altro modo per dar sollievo ai pazienti.
Per finire, dovremmo dunque sempre porci una domanda che non è poi tanto nuova: a chi fruttano di più le prescrizioni di neurolettici? Ai pazienti, al loro ambiente, alla società, agli psichiatri, ai fabbricanti? Una domanda che sembra shoccante enunciare in forma così lapidaria, ma non dimentichiamo che abbiamo seri indizi che ci spingono a porcela. Citiamone ancora uno che ci farà riflettere: più si è nero negli Stati-Uniti, o emigrato nel Regno Unito, più si ha la probabilità di ricevere neurolettici, e in dosi elevate(5).  Non c’è dubbio che “prescrivere è curare”. Ma spesso non ci rendiamo conto che prescrivere è anche una rassicurazione per chi prescrive quando si trova di fronte a una situazione allarmante, potenzialmente pericolosa, o che potrebbe rimettere in discussione la sua reputazione. Affinché le strade siano calme, gli ospedali rimangano silenziosi, le famiglie siano in pace e gli psichiatri possano dormire con la coscienza tranquilla, spesso c’è bisogno di prescrivere dei neurolettici. Non c’è nessun male assoluto in questo, è una realtà del mondo in cui noi viviamo. Ma è importante esserne coscienti e rifletterci. E, se i neurolettici sono veramente dei “tranquillanti maggiori”, come sono stati a lungo chiamati negli Stati Uniti, dobbiamo anche riflettere più seriamente sugli altri mezzi per “tranquillizzare”, meno tossici, che abbiamo a disposizione: il riposo in un ambiente calmo, piccole dosi di Fenotiazine “sedative”, i “tranquillanti minori”, un dialogo amichevole, la risoluzione dei conflitti, le attività di rilassamento, lo stare lontano dagli stress che sono a volte causati dalla medicalizzazione stessa.
                                              
L’inchiesta di un procuratore

   Sheldon Gelman ha appena pubblicato un libro importante che merita di essere letto da tutti gli psichiatri (6). Non sarà sicuramente ben accettato da loro, ma non è il costo inevitabile delle opere che assestano una verità sgradevole da ascoltare? E’ solo spiacevole che il suo titolo possa indurre in errore. Ci si aspetta una storia di trattamenti della schizofrenia (una storia attesa: niente di notevole è stato pubblicato sulla questione, dal lavoro di Judith Swazey che risale a più di venticinque anni fa) ma è della storia, di aspetto molto particolare di questi trattamenti stessi, che si tratta qui; quella degli effetti secondari dei neurolettici e del fatto che sono stati l’oggetto del lungo diniego da parte degli psichiatri.
   Per capire cosa ha attratto l’attenzione dell’autore su un tale argomento, cosa ha potuto motivare la scrupolosa inchiesta che li dedica, bisogna prima di tutto inquadrarlo. Gelman non è, né uno psichiatra, né un farmacologo, nemmeno uno storico di scienze o di medicina. E’ un docente di diritto di Cleveland, nell’Ohio, che ha, a lungo esercitato come procuratore nel Dipartimento della Difesa pubblica per la salute mentale nello Stato del New Jersey. Bisogna credere, e la lettura della sua opera ce lo conferma , che ha dovuto istruire numerose cause dove i pazienti o i loro familiari erano stati portati a querelare contro trattamenti psichiatrici che consideravano abusivi. Gelman è dunque un giurista del genere tenace, per fino testardo che ha voluto sapere di cosa si trattava quando sentiva parlare di complicazioni di trattamenti destinati a curare la schizofrenia. Come solo riescono a fare i giuristi quando s’impadroniscono di una causa, Gelman si è informato nei minimi dettagli sui neurolettici per ricostruire il lungo dibattito tecnico, steso per più di quarant’anni, che è girato attorno agli effetti secondari che potevano esserli imputati. Il suo libro rievoca il percorso fatto di andirivieni, della lenta consapevolezza da parte degli psichiatri di queste complicazioni iatrogene. E’ un libro indipendente però, che scaturisce dall’esperienza di un uomo di legge che ha dovuto informarsi su il quesito che li era stato sottoposto. Essere estraneo per trattare un tale argomento non è per forza un handicap, lontanamente. La medicina, come qualsiasi scienza può trarre un grande profitto dallo sguardo di un terzo esterno. Lo sappiamo molto bene che una corporazione costituita può sboccare a concepire la sua attività (la quale in questo caso, riguarda comunque niente di meno che la salute psichica degli uomini) solo che dal proprio punto di vista, con tutti gli effetti di auto persuasione che possono scaturire dai suoi stessi membri. Il lavoro di Gelman è dunque un’inchiesta, nel senso giuridico del termine, che si è sforzata di ricostituire, con il metodo giuridico del confronto contraddittorio delle testimonianze, come il pensiero psichiatrico ha reagito quando si è trovato alle prese con un problema cruciale, quello degli effetti indesiderati dei neurolettici.

Effetti secondari sistematicamente minimizzati.

   Gelman parte da una costatazione elementare. Molto presto gli effetti indesiderati dei neurolettici furono individuati. Delay, Deniker, tutti i pionieri della clorpromazina, hanno percepito già dall’inizio che questi prodotti inducevano una profonda ” indifferenza psicomotoria ” così come delle gravi complicazioni extrapiramidali. Già alla fine degli anni 1950 ( è Sigwald dell’ospedale Paul-Brousse di Villejuif che fu il primo a segnalare la cosa nella Rivista neurologica in 1959; Gelman lo ignora, ma non cambia nulla alla sua argomentazione), si aveva la consapevolezza che i ” tranquillanti maggiori ” provocano inoltre, delle discinesie tardive particolarmente invalidanti. Pertanto, instancabilmente Gelman, s’interroga sul perché si è tardato così tanto ad ammettere che questi farmaci potevano essere tossici? Come mai, dagli anni 1960 all’inizio degli anni 1980, l’opinione che ha prevalso fra gli psichiatri era che i neurolettici rappresentavano un varco senza precedenti, di cui si poteva largamente trascurare la pericolosità rispetto ai loro vantaggi? Come spiegare che solo alcune voci coraggiose, isolate (quella di Crane, in particolare, a partire del 1967 al National Institute of Mental Health americano, in seguito quelle di Baldessarini, di Carpenter, ecc.) abbiano ammesso che le discinesie tardive, l’akatisia, i terribili stati d’indifferenza iatrogeni indotti dai neurolettici ponevano enormi problemi nella maggior parte dei pazienti, che aggravavano il loro stato clinico, gli trasformavano in automi contratti in una smorfia o spenti? Perché si sono trovati così pochi psichiatri a fare squillare il campanello d’allarme, fra tutti quelli che erano messi a confronto nel loro quotidiano con degli effetti deleteri così palesi? Perché al contrario, i neurolettici, nonostante questo pesante tributo da pagare e un’efficacia nella schizofrenia tutto considerato, moderata, sono stati in continuazione presentati durante più di una ventina d’anni come una panacea per questa malattia? In breve, perché gli psichiatri hanno vantato così tanto i miracoli della “rivoluzione neurolettica” quando disponevano di tutte le informazioni necessarie per riconoscere che  i vantaggi di quei prodotti, per tanto reali fossero, non andavano senza gravi inconvenienti per la qualità della vita dei loro pazienti? Perché infine, abbiamo dovuto aspettare l’accumulo di litigi alla fine degli anni 1970 perché le cose iniziassero a muoversi? Giacché, è solo a quell’epoca, infatti, che sono iniziate a essere portate davanti ai tribunali americani delle richieste concernenti il diritto dei pazienti colpiti di schizofrenia di rifiutare un trattamento che era presentato loro come indispensabile. Ed è solo a quel momento che sono stati pubblicati dei casi, sempre più numerosi, di sconforto soggettivo intenso, conseguenti a un trattamento neurolettico. Bisogna ricordarsi che certe prescrizioni non erano tanto leggere: 100mg di aloperidolo come dose giornaliera era all’ordine del giorno negli Stati uniti durante gli anni 1970 (cioè più di 20 volte le dosi attualmente raccomandate!). Nello stesso momento, in Francia, gli adepti dei neurolettici detti ” incisivi “, tipo trifluoperazina o altri, si davano come obiettivo terapeutico di provocare dei veri e propri stati di akatisia con effetti falsamente ” disinibitori “o   ”anti deficitari ” ricorrendo a delle posologie altrettanto sbalorditive (vedere Tabelle 2, p. 226).
   Messo a confronto a delle problematiche così imbarazzanti, Gelman lo dimostra sgusciando meticolosamente i referti dell’enorme dossier che ha raccolto, il corpo psichiatrico ha fatto fronte unito. Attaccato sull’argomento, si è ogni volta ferocemente difeso, invocando ad esempio l’evoluzione ” naturale ” della malattia schizofrenica che sarebbe stata capace , lei da sola  a spiegare la sopravvenienza di movimenti anormali o di sintomi affettivi deficitarii ( lavori tanto opinabili quanto influenti di Kline, Cole, Wyatt, ecc. ). O ancora questo argomento estremo, tratto da due studi più volte citati, e cioè, non trattare una schizofrenia con dei neurolettici non era etico in quanto 1) qualsiasi ritardo terapeutico aggraverebbe la prognosi; 2) la ripetizione degli accessi contribuirebbe a danneggiare lo stato cerebrale; 3)cinquanta per cento dei pazienti avrebbe una ricaduta nell’anno seguente la sospensione del loro trattamento neurolettico. Come non manca di fare notare Gelman, una tale difesa passava tuttavia in silenzio, che i punti 1) e2) non erano altro che delle ipotesi lontane da essere dimostrate (non lo sono ancora oggi), mentre il punto 3) poteva, al contrario essere interpretato come la constatazione che cinquanta per cento dei pazienti subivano un trattamento di “mantenimento ” che aveva tutte le apparenze di essere inutile, nella misura in cui non erano ricaduti, loro, un anno dopo la sospensione. Gelman ci riporta dunque alla sua domanda lancinante: come abbiamo potuto essere a conoscenza che i neurolettici provocavano degli effetti neurologici e una grave indifferenza psicomotoria (due dei criteri considerati già nel 1957 da Delay e Deniker nella loro definizione principe della classe dei neurolettici), e nonostante questo, dimenticare, o meglio ancora, rifiutare di vedere l’evidenza per aderire così a lungo al credo della loro sicurezza d’uso e della loro efficacia, che doveva promuovere la loro indicazione imperativa nella schizofrenia?
   Considerato la potenza del suo onere, Gelman ci tiene a precisare la sua posizione nei confronti della psichiatria. Senza riconoscersi assolutamente nelle tesi di un nichilismo antipsichiatrico alla Szasz, rifiuta semplicemente di concedere automaticamente agli psichiatri l’attestato di lode di progresso permanente che essi si auto conferirebbero volentieri. La sua critica si posa da un’altra parte. Egli cerca prima di tutto di capire come questi ultimi hanno potuto “scotomizzare ” un lato intero delle loro conoscenze, per altro indispensabile per cure equilibrate, all’ascolto di ciò che vivono e risentono i loro pazienti. Facendo questo, egli punta il dito su uno dei fallimenti più severi che abbia mai conosciuto la categoria a così ampia scala, un fallimento che non hanno mai voluto schiettamente assumere, tanto più difficile da ammettere per i pazienti e i loro familiari, tanto più che era conosciuto dai medici. Si vede, il suo lavoro rappresenta una vera requisitoria che non è senza rievocare altri scandali di attualità, dei quali si parla di più perché riguardano tutti (e non solo qualche infelice “psicotico ” del quale nessuno si preoccupa), quelli del sangue infetto o delle farine animali.
   L’inchiesta è scrupolosa; è pertinente. Gelman ha letto tutto e letto bene, sull’argomento. Egli analizza di nuovo le dichiarazioni degli esperti che furono in prima linea nel dibattito, quello che affermavano ad alta voce, quello che concedevano solo con della litote, e sa perfettamente raffrontare le posizioni opposte per dimostrare in che modo il ” consenso ” che ne sprigionava, rispondeva il più delle volte a dei motivi esterni agli argomenti considerati.
              
Qualche traccia di spiegazione

Quali spiegazioni Gelman afferma essere all’origine della protratta ostinazione di questo fallimento? Arrivato a questo punto, il suo lavoro ci lascia un po’ insoddisfatti. Dopo aver sviscerato, nei minimi particolari innumerevoli studi, discussioni, relazioni, rapporti, ecc. (con il difetto di ripetersi spesso), per costruire un’implacabile arringa, fa scivolare solo che qualche ipotesi, fin troppo velocemente accennate, per concludere il suo lavoro. La maggior parte di loro sono giuste, incontestabilmente. Ed è così, quando egli denuncia l’autorità eccessiva attribuita a qualche tenore solo fra gli esperti, o il conformismo intellettuale imposto dal carrierismo accademico, o soprattutto l’influenza smisurata dell’industria farmaceutica, sia sui temi di ricerca sia nell’informazione trasmessa a chi prescrive. Egli chiama anche in causa, e ha ragione, questa tendenza tanto comune ai lavori psichiatrici, che consiste a semplificare all’eccesso i problemi umani estremamente complessi, evitando accuratamente di prendere in esame le loro evidenti ramificazioni economiche, medico-legali, politiche o morali. Allo stesso modo, egli è perspicace quando evidenzia che gli psichiatri, presi nel movimento della
“de-istituzionalizzazione “, si sono spesso trovati responsabili di fronte alla società, di comportamenti a rischi di cui la gestione non era poi, così facilmente gestibile, come nel quadro rassicurante degli ospedali chiusi di una volta. E’ innegabile che i neurolettici (le forme “depot” in particolare ) si sono rivelati molto utili, quando si è trattato di controllare dei comportamenti sociali problematici, in uno spazio di cura d’ora in poi ” fuori dalle mura “, di estensione illimitata. E’ un fatto risaputo, che i neurolettici calmano e rendono docili, che permettono di rispondere, con una semplice prescrizione al problema di un delirio o di una agitazione provocata da una situazione socio-familiare o economica difficile, che gli psichiatri non hanno, spesso, ne il tempo ne i mezzi per risolvere. La tesi di Gelman a quel proposito è che, contrariamente alle idee ricevute dalla vulgata psichiatrica (di cui si soddisfano i cantori di un progresso medico lineare), non sono i neurolettici che avrebbero favorito la de-istituzionalizzazione, ma invece, quest’ultima che ha generalizzato il loro uso, anche al costo di fare di necessità virtù, chiudendo pudicamente gli occhi su la loro tossicità. Un’altra ragione invocata con giusto titolo; gli eccessi di ottimismo terapeutico ai quali conduce una certa retorica, destinata prima di tutto a convincere i locatori di fondi di cure e di ricerche psichiatriche. Gelman pone altre domande ancora più imbarazzanti. Che cosa succederebbe se i neurolettici, pur essendo redditizi dal punto di vista medico e sociale, non fossero di grande attinenza finanziaria? Avremmo parlato così facilmente di ” rivoluzione “? Il destino della reserpina, velocemente abbandonata perché non era brevettabile dai laboratori, condivide pienamente la sua opinione (8). Quello del litio, meno.
   A dirla breve, l’analisi è provocative, come si dice in inglese, e cioè, fa riflettere. Non è nemmeno senza debolezze. Il vantaggio sottolineato prima, di essere un terzo indipendente ha i suoi inconvenienti. Su tanti punti, Gelman fa lui stesso un’idea parziale del problema. Gli psichiatri hanno fatto spesso quello che hanno potuto, fra un sapere officiale e il loro empirismo personale, per tentare di migliorare la tolleranza ai neurolettici. Tanti di loro non sono stati eccessivi nelle posologie usate. La ricerca dei “correttori “ è stata una preoccupazione costante durante tutto il periodo studiato da Gelman. Poi, serve tempo per “addomesticare ” un nuovo trattamento, apprezzare la giusta proporzione e i suoi vantaggi (sempre troppo idealizzati a suoi inizi), e suoi inconvenienti. A posteriori, quando se ne sa di più sul peso rispettivo dei fattori coinvolti, diventa possibile fare il processo agli errori iniziali. Le cose erano così mozzate però prima che la loro storia possa essere stabilita? Dopo di tutto nemmeno i procuratori non si sono mobilitati in massa per difendere i pazienti che pativano le complicazioni dei neurolettici. Quello che è certo, è che l’allarmismo sensato di Crane, Carpenter, ecc., poteva essere prese sul serio molto tempo prima. E’ tutta la problematica di un “principio di precauzione” a minima che risale qui, in superficie. In modo più profondo, c’è tanta impotenza e disperazione nelle cure psichiatriche e si può ben capire che gli psichiatri abbiano bisogno di cullarsi nell’illusione dell’efficacia delle loro azioni, fosse solo per continuare a crederci loro stessi…Un altro difetto di questo libro, la visione fin troppo centrata sugli Stati Uniti. Le cose si sono svolte in modo meno estremo negli altri paesi (il contro esempio del Giappone, dove le posologie di neurolettici sono sempre state molto più basse che in Occidente, meriterebbe in modo particolare di essere considerato). Gelman finisce la sua opera con una riflessione sulla nozione di progresso in psichiatria. La sua critica è fondata, gli psichiatri non sono certamente al posto giusto per esprimere giudizio in riguardo. Che cosa ne pensano però gli interessati? Molti pazienti, dopo di tutto hanno dimostrato un attaccamento a un trattamento neurolettico che gli permetteva, in un certo modo di vivere meglio. Anche loro devono essere ascoltati. E se il progresso compiuto, infatti, fosse che, alla fine di questo mezzo secolo di errori neurolettici, gli psichiatri iniziassero ad ammettere (un po’ aiutati dalla giustizia, è vero) che anche gli pazienti colpiti di schizofrenia potessero avere parola in merito sui trattamenti che gli sono stati loro imposti? Il lavoro di Gelman farebbe così parte dei segni di questa lunga evoluzione di mentalità?
   Si richiude quel libro un po’ giù: che requisitoria schiacciante! Eppure riempie alla perfezione la sua missione. Gli psichiatri devono portare più attenzione di quanto fanno, alle conseguenze dei loro trattamenti sui loro pazienti. Devono rendersi conto che la valutazione dell’attività di un farmaco, come di qualsiasi altro intervento da parte loro, non dipende solo dal risultato ottenuto su uno o due sintomi che hanno una posizione di primo piano, alla fine di una “prova controllata”. Diversi fattori (commerciali, sociali, politici, corporativistici, ecc.) entrano in gioco nei loro atti terapeutici, dei quali discernano male la portata. La lezione non potrebbe trovare qualche applicazione preventiva nell’ostruzione smisurata che conosce in questo momento le prescrizioni di antidepressivi?
   Per quanto riguarda l’uso che facciamo di neurolettici oggi, ha tratto una lezione da questo scandalo? Abbiamo chiuso con gli effetti secondari più invalidanti? Non ne abbiamo proprio la certezza. Basta percorrere i corridoi dei reparti di psichiatria per constatare che la sagoma triste e curva del parkinsoniano, l’agitazione frenetica dell’akatisia, le smorfie, i contorcimenti patetici delle discinesie abitano ancora quei luoghi come dei fantasmi. In un’indifferenza rassegnata che non ci garantisce un dissolvimento prossimo.
                
Tratto dal libro di Alain Bottéro “Un autre regard sur la schizophrénie”
Traduttrice: Catterina Verona
Alain Bottéro è psichiatra e antropologo francese. E’ stato primario all’ospedale “La Pitié-Salpêtrière”, ricercatore a Harvard Medical School di Cambridge, assistente all’ospedale “Saint-Antoine” (Parigi).
Autore di “Un autre regard sur la schizophrénie”, opera con la quale ha vinto il “Prix Paul-Vigné d’Octon” dell’Académie des sciences morales et politiques nel 2008. E’ stato ricevuto da poco al Senato francese invitato da un senatore per le sue divulgazioni.